Nuove misure ambientali con la legge Green Economy

NUOVA LEGGE “GREEN ECONOMY” E MISURE AMBIENTALI INNOVATIVE

Con la introduzione del cd. “Collegato ambientale”, ovverosia la Legge 221/2015, (nota anche come Legge Green Economy) sono state inserite diverse novità nel settore della normativa ambientale.

Innanzitutto va segnalata la nuova disciplina in materia di appalti verdi obbligatori per la Pubblica Amministrazione, lo stanziamento di incentivi per l’acquisto di materiali post-consumo recuperati, nuove sanzioni in caso di abbandono di rifiuti di piccolissime dimensioni, varie semplificazioni in materia di valutazione di impatto ambientale.

Tra le altre novità, il ritorno – su base volontaria- del sistema di recupero del “vuoto a rendere” per acque minerali e birre, la possibilità di conferire in discarica anche rifiuti con potere calorifico superiore a 13.000 kj/kg.

Sempre in tema di incentivi fiscali, ne sono stati stanziati in caso di bonifica da amianto, stanziati altresì fondi per la tutela del territorio, novità in materia di  scarichi dei frantoi, emissioni in atmosfera, fonti rinnovabili, rifiuti raee da pannelli fotovoltaici, mobilità sostenibile.

Una mole impressionante di modifiche, sarà importante seguirne gli indirizzi operativi che giungeranno a cascata, nonchè valutarne gli effetti dal punto di vista globale.

autorizzazione paesaggistica semplificata

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Il Consiglio dei Ministri del 10 giugno 2010 ha approvato il regolamento che semplifica le procedure previste per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica per gli interventi di “lieve entità” che non comportano l’alterazione dei luoghi o dell’aspetto esteriore degli edifici.

Dal 10 settembre è entrato in vigore, quindi, il D.P.R. n. 139 del 9 luglio 2010 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 199 del 26 agosto 2010.

Il D.P.R. n. 139 “Regolamento recante procedimento di autorizzazione paesaggistica per gli interventi di lieve entità, a norma dell’art. 146, comma 9, del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, e successive modificazioni” emanato in attuazione del D.lgs. 42/2004 (Codice dei Beni culturali) prevede una procedura più snella per tutti gli interventi di lieve entità su aree o edifici sottoposti a tutela paesaggistica (Parte III del D.lgs. 42/2004).  Segnatamente, vengono indicate in maniera puntuale e tassativa le 39 fattispecie di intervento nell’allegato del D.P.R. in commento.

Con tale semplificazione l’iter autorizzatorio deve necessariamente concludersi con provvedimento espresso nel termine di 60 giorni dalla presentazione dell’istanza (art. 3) da inoltrarsi vieppiù per via telematica e con incombenze documentali più snelle.

L’amministrazione compentente è tenuta a verificare in via preliminare la conformità dell’intervento progettato alla disciplina urbanistica – edilizia e in caso di esito positivo, esamina la congruenza dell’intervento medesimo alle specifiche prescrizioni d’uso contenute nel piano paesaggistico o nella dichiarazione di pubblico interesse o nel provvedimento di integrazione del vincolo, ovvero la sua compatibilità con i valori paesaggistici presenti nel contesto di riferimento.

In caso di giudizio di compatibilità paesaggistica, l’amministrazione, inoltra entro 30 giorni la pratica al soprintendente, che può in alternativa eprimere parere favorevole vincolante in 25 giorni. In tal caso l’organo preposto (solitamente il comune su delega della regione) adotterà il provvedimento conforme nel termine di 5 giorni.

L’autorizzazione paesaggistica è immediatamente efficace ed ha una validità di 5 anni.

In caso di rigetto della domanda l’interessato entro 20 giorni dal ricevimento del provvedimento negativo può chiedere al soprintendente di pronunciarsi sulla domanda di autorizzazione paesaggistica semplificata.

Decorsi inutilmente i termini di cui all’art. 3 senza che l’amministrazione competente al rilascio o la soprintendenza abbia comunicato la propria determinazione conclusiva sull’istanza del richiedente, si applicano gli artt. 2 comma 8, e 2 bis, della Legge 7 agosto 1990, n. 241 e successive modifiche, in materia di conclusione del procedimento amministrativo.

AVVOCATO ED AMBIENTE: Cava a cielo aperto

Piazzale di frantumazione, stoccaggio e trasporto del materiale estratto

Nel caso di una cava a cielo aperto, il piazzale dove avviene la frantumazione, lo stoccaggio, il caricamento ed il trasporto del materiale estrattivo costituisce una componente coessenziale dell’impianto utilizzato per l’esercizio dell’attività produttiva; l’attività complessiva in questione trova, infatti, in tali operazioni dei momenti di ineliminabile svolgimento del ciclo produttivo e quindi il piazzale finalizzato a tali essenziali lavorazioni rientra a titolo primario nel concetto di “impianto..in cui si svolge attività…di produzione di beni” utilizzato nella definizione di acque reflue industriali posta dall’art.2 del d.lgs. n. 152/99 e ribadita dall’attuale art.74, lettera h) del D.lgs. 3 aprile 2006, n.152.

Tale connotazione, tuttavia, non risulta sufficiente a trasformare le acque meteoriche di dilavamento in “acque reflue industriali”, giacché il principale ostacolo a tale qualificazione è frapposto dalla stessa definizione di queste ultime, quale ricavabile dall’art.2 del D.lgs. n.152\99, conforme, nella sua integralità, al testo attualmente vigente dell’art.74, comma 1, lett.h), del D.lgs. 3 aprile 2006, n.152, quale interpolato dall’art.2, comma 1, del D.lgs. 16 gennaio 2008, n.4. (Quest’ultimo ha infatti soppresso l’inciso finale precedentemente inserito nel testo dell’art.74, comma 1, lett.h) medesimo, secondo il quale si intendevano come acque meteoriche di dilavamento “anche quelle venute in contatto con sostanze o materiali, anche inquinanti, non connessi con le attività esercitate nello stabilimento”).

In sostanza, per il legislatore assume importanza dirimente, ai fini della qualificazione in parola, la circostanza che le acque reflue siano immesse nel ciclo produttivo in conseguenza dell’iniziativa umana ascrivibile all’attività economica esercitata, risultando cioè l’immissione un momento costitutivo del processo produttivo, come conferma altresì la pari eccettuazione dal regime prevista per le “acque reflue domestiche” (oltre che, appunto, per quelle “meteoriche di dilavamento”).

Non può perciò condividersi il riferimento alla giurisprudenza di merito dell’A.G.O. relativa ad acque che, ancorché meteoriche, siano da ritenersi comunque “provenienti dall’insediamento produttivo”; ciò perché, da un lato, la provenienza dall’impianto non è considerata elemento di qualificazione di per sé sufficiente alla stregua della stessa evidente ed obiettiva formulazione legislativa, dall’altro, le acque derivanti da eventi atmosferici non possono neppure, a rigore, considerarsi, “comunque” provenienti dall’insediamento produttivo, perché la loro origine rimane essenzialmente atmosferica e la provenienza dall’impianto deve ritenersi incidentale, cioè ascrivibile al “luogo” ma indipendentemente dalla natura produttiva di questo e dalla (dovuta) funzionalità e strumentalità dell’utilizzazione delle acque rispetto al ciclo produttivo.

La provenienza presa in considerazione dalla legge, nel complesso della formulazione legislativa qui in rilievo, deve quindi ritenersi “funzionale” in relazione al ciclo produttivo e non solo “spaziale” in relazione all’ubicazione di un impianto, come attesta l’eccettuazione delle acque meteoriche di dilavamento unitamente a quelle “reflue domestiche”.

AVVOCATO ED ENERGIA: liberalizzazione del mercato

A seguito dell’emanazione del d.lgs. n.79/99, il mercato elettrico italiano, ed in particolare il mercato di produzione dell’energia, è stato oggetto di liberalizzazione; ne è scaturito un sistema che consente a chiunque sia in possesso di determinati requisiti, ed abbia conseguito una apposita autorizzazione, di produrre energia elettrica, connettersi alla rete nazionale e vendere nel mercato l’energia prodotta.

Affinché tale sistema possa operare in maniera efficiente è necessario che la rete elettrica nazionale sia gestita da un soggetto estraneo agli interessi dei singoli produttori, ai quali deve essere assicurato un trattamento imparziale in ordine all’accesso alla rete stessa.

Il legislatore ha pertanto stabilito di sottrarre ad Enel, proprietaria della rete, la gestione di questa, ed ha deciso di affidare tale incombenza ad una società appositamente costituita: Terna s.p.a.

Fra i compiti che competono a quest’ultima vi è quello di garantire la sicurezza del sistema: poiché l’energia elettrica è un bene che non può essere immagazzinato e stoccato (se non per minimi quantitativi), è necessario che, istante per istante, la quantità di energia che viene caricata sulla rete dai produttori, sia pari alla quantità di energia che viene via via prelevata dai consumatori. La quantità di energia elettrica immessa giorno per giorno nella rete dipende, in prima battuta, dall’entità della domanda e dell’offerta come risultanti dalle contrattazioni che si svolgono nel mercato elettrico del giorno prima (MGP). In tale mercato, che si svolge quotidianamente, i produttori e gli acquirenti si accordano per la vendita e l’acquisto della quantità di energia necessaria al soddisfacimento della domanda relativa al giorno successivo.

Poiché tuttavia la quantità di energia immessa in rete, istante per istante, dai produttori non coincide perfettamente con la quantità consumata, è necessario un intervento da parte del Gestore della Rete atto a riequilibrare il sistema.

Terna garantisce tale equilibrio attraverso l’espletamento di un apposito servizio: il servizio di dispacciamento. Nella pratica il Gestore della rete stipula contratti con soggetti specificamente abilitati, titolari di impianti denominati unità di produzione o di consumo, i quali si obbligano a immettere e/o a prelevare energia elettrica secondo le disposizioni impartite dal Gestore stesso, cosicché sia costantemente assicurato l’equilibrio del sistema, e cioè sia garantito che la quantità di energia immessa nella rete, sia costantemente pari alla quantità prelevata.

I contratti sopra citati vengono stipulati in un apposito mercato dell’energia elettrica, denominato mercato per i servizi di dispacciamento (MSD)

AVVOCATO ED INQUINAMENTO: Attuazione della direttiva 2008/50/Ce e inquinamento

Novità legislative nell’ordinamento italiano.

La regolamentazione giuridica della qualità dell’aria ha subito rilevanti modifiche per via del decreto legislativo di attuazione della direttiva 2008/50/Ce sulla qualità dell’aria ambiente, decreto affidato al consiglio dei ministri dalla legge 88/2009, approvato dal medesimo in prima lettura il 13 maggio 2010 e dal 3 giugno scoro all’esame del Parlamento per i necessari pareri.

Anzitutto la riforma avrà come obiettivo la suddivisione delle Regioni e Province autonome di competenza del loro territorio in zone ed agglomerati, e ciò in base ai criteri di densità emissiva, caratteristiche orografiche e meteo – climatiche, nonché grado di climatizzazione.

In ogni area così determinata dovranno essere effettuate a cura dei medesimi Enti e utilizzando stazioni conformi a nuovi standard tecnici, le misurazioni sulla qualità dell’aria.

All’esito delle misurazioni in base ai livelli di inquinamento riscontrati ed ai valori limiti imposti dal decreto in gremium, gli Enti pubblici di competenza sapranno quali provvedimenti adottare per ridurre rischi per l’ambiente e per la salute umana.

Inoltre, viene previsto un obbligo generale imposto alla pubblica amministrazione e avente ad oggetto di garantire la migliore qualità dell’aria ambientale compatibile con lo sviluppo sostenibile. Oltre tale obiettivo, peraltro, il superamento dei valori/limite farà scattare l’obbligo di adozione da parte delle Regioni di graduali misure ad hoc, misure che dovranno agire direttamente sulle sorgenti di emissione avanti influenza sulle aree interessate.

Nell’ambito degli interventi preventivi, poi sarà altresì possibile per la pubblica amministrazione imporre ai gestori di attività ad alto potenziale di inquinamento atmosferico l’installazione di stazioni di rilevamento dell’inquinamento.

Infine, oltre alla limitazione della circolazione dei veicoli a motore, le misure potranno prevedere l’imposizione di più stringenti valori limite di emissione, delle prescrizioni particolari per l’esercizio e la localizzazione di impianti industriali, di trattamento di rifiuti con emissioni in atmosfera. Infine, potranno essere adottate prescrizioni limitative per le attività svolte tramite cantieri, macchine mobili, veicoli commerciali pesanti per il trasporto, navi, attività agricole di spandimento effluenti di allevamento.

AVVOCATO ED INQUINAMENTO – VEICOLI FUORI USO

METALLI PESANTI NEGLI APPARATI PROPULSORI

La Direttiva 2000/53/CE meglio conosciuta come Direttiva Veicoli Fuori Uso (ELV – End of Life Vehicles) si pone all’art. 1 l’obiettivo primario di prevenire la produzione di rifiuti derivanti dai veicoli nonché, inoltre, al reimpiego, al riciclaggio e ad altre forme di recupero dei veicoli fuori uso e dei loro componenti, in modo tale da ridurre il volume dei rifiuti da smaltire e migliorare il funzionamento dal punto di vista ambientale di tutti gli operatori economici coinvolti nel ciclo di utilizzo dei veicoli e specialmente di quelli direttamente collegati al trattamento dei veicoli fuori uso.

La normativa in commento è stata recepita dal D.lgs. 209/2003 (modificato dal D.lgs. 149/2006).

Le disposizioni contenute nel decreto appena citato si applicano ai veicoli a motore (giunti a fine vita) appartenenti alle categorie M1 ed N1 di cui all’Allegato II, parte A della Direttiva 70/156/CEE, ed ai veicoli a motore a tre ruote come definiti dalla Direttiva 2002/24/CE.

E’ importante ribadire che l’art. 4 comma I lett. a) della Direttiva ELV stabilisce che gli Stati Membri incoraggiano i costruttori di veicoli, in collaborazione con i costruttori di materiali ed equipaggiamenti, in particolare per prevenire il rilascio nell’ambiente, facilitare il riciclaggio ed evitare l’esigenza di smaltimento di rifiuti pericolosi.

Il comma II dello stesso articolo statuisce altresì, l’impegno a non impiegare/utilizzare nei veicoli e componenti di veicoli immessi sul mercato dopo il 1° luglio 2003 metalli pesanti quali il piombo, mercurio, cadmio o cromo esavalente se non nei casi (esenzioni) specificatamente e tassativamente indicati nell’Allegato II.

L’art. 4 della Direttiva è stato tradotto (anche se con ritardo) dalla normativa italiana con il divieto sancito dall’art. 9 del D.lgs. 209/2003 che espressamente prevede “Dal 1° luglio 2003 è vietata la produzione o l’immissione sul mercato di materiali e di componenti di veicoli contenenti piombo, mercurio, cadmio e cromo esavalente. Tale divieto non si applica nei casi e alle condizioni previsti dall’Allegato II”.

E’ bene precisare che il suddetto Allegato viene periodicamente aggiornato e modificato sia per far fronte al progresso tecnologico e scientifico che consente l’impiego di materiali diversi e meno dannosi per l’ambiente, sia perché frequenti sono gli interventi della Commissione Europea in materia di veicoli fuori uso (basti riprendere a titolo esemplificativo la ultima decisione della Commissione Europea n. 115/2010/CE del 23 febbraio).

La Commissione con la decisione 115 ha rivisto i criteri di esenzione stabilendo appunto che il piombo e i composti di piombo presenti negli apparati propulsori (che possono contenere fino allo 0,5% di piombo in peso) non saranno più esentati dal divieto ex art. 4 della Direttiva ELV in quanto l’uso del piombo, in questo tipo di applicazioni, può essere evitato.

Per contro, per gli altri casi già menzionati nell’Allegato in commento, non essendo tecnicamente possibile riparare veicoli con pezzi di ricambio diversi da quelli originali (poiché ciò richiederebbe modifiche delle caratteristiche dimensionali e funzionali di interi impianti del veicolo) continua ad essere consentita la riparazione di questi componenti di veicoli appunto con pezzi originali (ovverossia con pezzi contenenti i metalli pesanti quali il piombo, cadmio, mercurio e cromo esavalente).

AVVOCATO ed INQUINAMENTO: CANNE FUMARIE

L’art. 5 co. 9 del D.P.R. n. 412/93, non toccato dalla parziale abrogazione disposta dall’art. 16 co. 2 del D.Lgs. n. 192/05, come sostituito dall’art. 7 del D.Lgs. n. 311/06, stabilisce che gli impianti termici siti negli edifici costituiti da più unità immobiliari devono essere collegati ad appositi camini, canne fumarie o sistemi di evacuazione dei prodotti di combustione, con sbocco sopra il tetto dell’edificio alla quota prescritta dalla regolamentazione tecnica vigente, nei seguenti casi:

  • nuove installazioni di impianti termici, anche se al servizio delle singole unità immobiliari;
  • ristrutturazioni di impianti termici centralizzati;
  • ristrutturazioni della totalità degli impianti termici individuali appartenenti ad uno stesso edificio;
  • trasformazioni da impianto termico centralizzato a impianti individuali;
  • impianti termici individuali realizzati dai singoli previo distacco dall’impianto centralizzato.

In deroga a tale previsione di carattere generale, la stessa norma dispone che la regola dello sbocco sopra il tetto dell’edificio possa non venire applicata nell’ipotesi di singole ristrutturazioni di impianti termici individuali già esistenti, siti in stabili plurifamiliari, qualora nella versione iniziale non dispongano già di camini, canne fumarie o sistemi di evacuazione dei prodotti della combustione con sbocco sopra il tetto dell’edificio, funzionali ed idonei o comunque adeguabili alla applicazione di apparecchi con combustione asservita da ventilatore, ovvero di nuove installazioni di impianti termici individuali in edificio assoggettato dalla legislazione nazionale o regionale vigente a categorie di intervento di tipo conservativo, precedentemente mai dotato di alcun tipo di impianto termico, a condizione che non esista camino, canna fumaria o sistema di evacuazione fumi funzionale ed idoneo, o comunque adeguabile allo scopo (in ambedue le ipotesi, purché si adottino generatori di calore che, per i valori di emissioni nei prodotti della combustione, appartengano alla classe meno inquinante prevista dalla norma tecnica UNI EN 297).

Ai fini della deroga la norma non annette autonoma rilevanza all’ipotetica impossibilità tecnica di portare gli scarichi oltre la copertura dell’edificio.

Né la deroga può ritenersi consentita dal Regolamento edilizio comunale, che in materia di scarichi dei fumi degli impianti termici fa rinvio al D.P.R. n. 412/93; ovvero dalla circolare della Direzione ambiente del 1 aprile 2004, che a sua volta rinvia alle soprastanti norme regolamentari statali e comunali per l’individuazione dei casi di deroga all’obbligo di scarico sopra il tetto, richiedendone la certificazione da parte del progettista incaricato; o, ancora, dalla circolare c.d. “Nencioni”, la quale, nella parte in cui introduce fra i motivi di “autoderoga” allo scarico sul tetto la impossibilità di realizzare la canna fumaria su facciata principale, arbitrariamente effettua una sorta di bilanciamento fra i diversi interessi tutelati dalle disposizioni normative che vengono in considerazione nella fattispecie, ponendosi in diretto contrasto con quelle di cui al D.P.R. n. 412/93, e dovendo perciò essere disapplicata.

3.1.2. Se, dunque, l’impossibilità tecnica di per sé non giustifica l’applicazione della deroga, insuscettibile di interpretazione estensiva o analogica al di fuori dei casi contemplati dall’art. 5 co. 9, l’accertata difformità dell’impianto a servizio dell’immobile di proprietà dalle prescrizioni in materia di progettazione ed installazione stabilite dal D.P.R. n. 412/93, in attuazione dell’art. 4 della legge n. 10/91, autorizza l’esercizio dei poteri riconosciuti all’amministrazione dall’art. 33 della medesima legge ed, in particolare, l’adozione dell’ordine di adeguamento dell’impianto, senza che in contrario rilevino le precedenti valutazioni di conformità.

AVVOCATO e RIFIUTI: Gestione emergenziale

D.L. 30 Dicembre 2009, n. 1954, convertito in legge 26 febbraio 2010, n. 26

“Disposizioni urgenti per la cessazione dello stato di emergenza in materia di rifiuti nella regione Campania, per l’avvio della fase post emergenziale nel territorio della regione Abruzzo ed altre disposizioni urgenti relative alla Presidenza del Cosniglio dei Ministri ed alla Ptortezione Civile”

(S.O. n.39 alla G.U. del 27 febbraio 2010, n.48)

Tra le modifiche introdotte in sede di legge di conversione si segnalano, in particolare: alcune nuove disposizioni relative al termovalorizzatore di Acerra (con determinazione del valore dell’impianto, alla data di entrata in vigore della legge in oggetto – da riconoscere al soggetto già concessionario del servizio di smaltimento dei rifiuti/proprietario dell’impianto, nonché con clausola di legge relativa all’eventuale affidamento dell’impianti, quanto all’obbligo per il costruttore di garantire l’integrale e gratuito trasferimento delle conoscenze tecnologiche relative al funzionamento dell’impianto” – art. 8, comma 2); l’inserimento di una data limite, fissata al 30 giugno 2010, per quanto riguarda il collaudo degli impianti di discarica realizzati nel corso della gestione emergenziale in via di urgenza e in deroga al D.Lgs.  n. 90/2008 (art. 10, comma 1); alcune disposizioni relative all’avvio della TIA e al perdurare della TARSU nei comuni della Campania; infine, una disposizione valida a livello nazionale avente a oggetto la promozione della riduzione della produzione di rifiuti in plastica nonché delle emissioni di CO2, a tenore della quale il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare potrà promuovere, entro sei mesi dalla legge di conversione del decreto, un accordo di programma ex art. 206, comma 1, D.Lgs. n. 152/2006, con soggetti pubblici, aziende acquedottistiche e associazioni di settore, finalizzato ad aumentare, anche con impianti distributivi in aree pubbliche, il consumo di acqua potabile di rete senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

AVVOCATO e RIFIUTI: Piano di gestione e razionalizzazione della raccolta

In tema di corretta gestione dei rifiuti, una delle più importanti misure che devono essere adottate dagli Stati membri nell’ambito del loro obbligo, in forza della direttiva 2006/12, è quella di elaborare piani di gestione che contemplino, in particolare, misure atte ad incoraggiare la razionalizzazione della raccolta, della cernita e del trattamento dei rifiuti, è quella, prevista all’art. 5, n. 2, di tale direttiva, consistente nel cercare di trattare i rifiuti nell’impianto più vicino possibile.

Sicché, i criteri di localizzazione dei siti di smaltimento dei rifiuti devono essere individuati in considerazione degli obiettivi perseguiti dalla direttiva 2006/12, tra cui figurano, in particolare, la protezione della salute e dell’ambiente, nonché la creazione di una rete integrata ed adeguata di impianti di smaltimento che consenta in particolare lo smaltimento dei rifiuti in uno degli impianti appropriati più vicini.

Quindi, detti criteri di localizzazione dovrebbero riguardare, in particolare, la distanza di tali siti rispetto agli insediamenti in cui sono prodotti i rifiuti, il divieto di realizzare gli impianti in prossimità di zone vulnerabili e l’esistenza di infrastrutture adeguate per il trasporto dei rifiuti, quali il collegamento alle reti di trasporto.

Per quanto riguarda i rifiuti urbani non pericolosi, per i quali non sono necessari, in linea di principio, impianti specializzati come quelli richiesti per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, gli Stati membri devono quindi adoperarsi per disporre di una rete che consenta loro di soddisfare l’esigenza di impianti di smaltimento quanto più vicini possibile ai luoghi di produzione, ferma restando la possibilità di organizzare una rete siffatta nell’ambito di cooperazioni interregionali, o addirittura transfrontaliere, che rispondano al principio di prossimità.

Ne consegue che, allorché uno Stato membro ha singolarmente scelto nell’ambito del suo piano o dei suoi «piani di gestione dei rifiuti» ai sensi dell’art. 7, n. 1, della direttiva 2006/12, di organizzare la copertura del suo territorio su base regionale, occorre dedurne che ogni regione dotata di un piano regionale debba garantire, in linea di principio, il trattamento e lo smaltimento dei suoi rifiuti il più vicino possibile al luogo in cui vengono prodotti.

Infatti, il principio di correzione, anzitutto alla fonte, dei danni causati all’ambiente, principio stabilito per l’azione della Comunità in materia ambientale dall’art. 191 TFUE, comporta che spetta a ciascuna regione, comune o altro ente locale adottare le misure adeguate per garantire la raccolta, il trattamento e lo smaltimento dei propri rifiuti e che questi vanno quindi smaltiti il più vicino possibile al luogo in cui vengono prodotti, per limitarne al massimo il trasporto.

Di conseguenza, in una tale rete nazionale definita dallo Stato membro, se una regione non è dotata, in misura e per un periodo rilevanti, di infrastrutture sufficienti a soddisfare le sue esigenze per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti, si può dedurre che dette gravi carenze a livello regionale possono compromettere la rete nazionale di impianti di eliminazione dei rifiuti, privandola delle caratteristiche di integrazione ed adeguatezza richieste dalla direttiva 2006/12, che consenta allo Stato membro interessato di perseguire individualmente l’obiettivo di autosufficienza definito all’art. 5, n. 1, della direttiva in parola.

AVVOCATO ed INQUINAMENTO: Inquinamento acustico e art. 9, c. 1 L. 447/1995

L’art. 9 primo comma della legge quadro sull’inquinamento acustico n° 447 del 1995 non può essere riduttivamente inteso come una mera riproduzione, nell’ambito della normativa di settore in tema di tutela dall’inquinamento acustico, del generale potere di ordinanza contingibile ed urgente tradizionalmente riconosciuto dal nostro ordinamento giuridico al Sindaco (quale Ufficiale di Governo) in materia di sanità ed igiene pubblica, ma deve essere logicamente e sistematicamente interpretato nel particolare significato che assume all’interno di una normativa dettata – in attuazione del principio di tutela della salute dei cittadini previsto dall’art. 32 della Costituzione – allo scopo primario di realizzare un efficace contrasto al fenomeno dell’inquinamento acustico, tenendo nel dovuto conto il fatto che la Legge n° 447/1995 (nell’art. 2 primo comma lettera “a”) ha ridefinito il concetto di inquinamento acustico, qualificandolo come “l’introduzione di rumore nell’ambiente abitativo o nell’ambiente esterno tale da provocare fastidio o disturbo al riposo ed alle attività umane”, e sancendo espressamente che esso concreta (in ogni caso) “un pericolo per la salute umana”. Conseguentemente, l’utilizzo del particolare potere di ordinanza contingibile ed urgente delineato dall’art. 9 della Legge 26 Ottobre 1995 n° 447 deve ritenersi (“normalmente”) consentito allorquando gli appositi accertamenti tecnici effettuati dalle competenti Agenzie Regionali di Protezione Ambientale rivelino la presenza di un fenomeno di inquinamento acustico, tenuto conto sia che quest’ultimo – ontologicamente (per esplicita previsione dell’art. 2 della stessa Legge n° 447/1995) – rappresenta una minaccia per la salute pubblica, sia che la Legge quadro sull’inquinamento acustico non configura alcun potere di intervento amministrativo “ordinario” che consenta di ottenere il risultato dell’immediato abbattimento delle emissioni sonore inquinanti.

In siffatto contesto normativo, l’accertata presenza di un fenomeno di inquinamento acustico (pur se non coinvolgente l’intera collettività) appare sufficiente a concretare l’eccezionale ed urgente necessità di intervenire a tutela della salute pubblica con l’efficace strumento previsto (soltanto) dall’art. 9 primo comma della più volte citata Legge n° 447/1995.