Sanzioni accessorie 231

Le sanzioni accessorie nell’apparato punitivo della “responsabilità 231″

La seconda parte di questo focus sulle misure sanzionatorie sulla responsabilità degli enti ex D.lgs. 231/2001 riguarda lo strumento della pubblicazione della sentenza di condanna e la confisca.

La sentenza di condanna può essere pubblicata come misura accessoria ad una sanzione interdittiva: la scelta di applicarla o meno è puramente a discrezione del giudice di riferimento.

La pubblicazione avviene sul sito internet del Ministero della Giustizia, per intero o anche solo un estratto significativo, sulla base di quanto viene disposto dall’art. 36 del codice penale, norma a cui sono state ricondotte le modalità di applicazione in seguito a diversi interventi normativi.

Nei casi più gravi questa misura può anche essere applicata a fini di pubblicità denigratoria nei confronti dell’ente sanzionato, mantenendosi comunque alla normativa generale prevista dall’art. 18 del D.Lgs 231/2001.

La confisca, a differenza delle altre, è una sanzione che viene sempre disposta nei confronti dell’ente e viene applicata sul prezzo o sul profitto del reato residuo in seguito alla restituzione al danneggiato, altrimenti anche denaro o beni di valore equivalente.

Considerata una misura sanzionatoria sui generis, la confisca infatti non ha limiti di valore e può applicarsi anche in un ventaglio di situazioni previste dal decreto legislativo.

Queste possono essere ad esempio, la prosecuzione dell’attività dell’ente gestita dal commissario giudiziale, irrogazione in seguito all’inosservanza delle sanzioni interdittive, oppure quando è stato introdotto un modello organizzativo che ha come fine precipuo la prevenzione della commissione di reati, da parte dei vertici dell’ente stesso.

Risulta opportuno delineare quelle che sono le differenze tra l’istituto della confisca in questione e quello previsto dall’art. 240 del codice penale.

Quest’ultimo ha come requisito fondamentale l’oggettiva pericolosità di ciò che viene confiscato, indipendentemente dalla presenza di una condanna.

Altro punto di notevole interesse è la nozione di prezzo e profitto, che risultano influenzate da recenti indirizzi di giurisprudenza della Corte di Cassazione.

Il prezzo viene definito da questa come il compenso dato o promesso ad un soggetto per l’esecuzione del fatto illecito, non focalizzandosi troppo sui dettagli.

Sulla nozione di profitto confiscabile, invece, ci sono state numerosi interventi giurisprudenziali.

In particolare, la sentenza 26654 del 27 marzo 2008 individua quelli che sono i principi per quantificare e determinare il profitto illecito da sottoporre ad ablazione:  deve avere natura patrimoniale, essere attuale e concreto ed infine avere un nesso causale con il reato commesso dall’ente.

Sempre secondo le Sezioni Unite della Suprema Corte, va tenuto in considerazione ai fini della quantificazione l’eventuale utilità conseguito dal danneggiato all’interno di un rapporto lecito tra costui e l’ente: chiaramente questo tipo di vantaggio economico non può essere oggetto di confisca (delineando così una distinzione tra profitto confiscabile e non).

Un problema ancora irrisolto riguarda l’incompatibilità che può sorgere tra responsabilità amministrativa dell’ente dipendente dal reato e responsabilità penale della persona fisica che ha commesso il reato.

La giurisprudenza ha avuto modo di dichiarare legittima l’ablazione contestuale dei beni degli interessati in solido, indipendentemente quindi dal fatto che questi appartenessero ad una persona fisica oppure giuridica.

 

Nuove misure ambientali con la legge Green Economy

NUOVA LEGGE “GREEN ECONOMY” E MISURE AMBIENTALI INNOVATIVE

Con la introduzione del cd. “Collegato ambientale”, ovverosia la Legge 221/2015, (nota anche come Legge Green Economy) sono state inserite diverse novità nel settore della normativa ambientale.

Innanzitutto va segnalata la nuova disciplina in materia di appalti verdi obbligatori per la Pubblica Amministrazione, lo stanziamento di incentivi per l’acquisto di materiali post-consumo recuperati, nuove sanzioni in caso di abbandono di rifiuti di piccolissime dimensioni, varie semplificazioni in materia di valutazione di impatto ambientale.

Tra le altre novità, il ritorno – su base volontaria- del sistema di recupero del “vuoto a rendere” per acque minerali e birre, la possibilità di conferire in discarica anche rifiuti con potere calorifico superiore a 13.000 kj/kg.

Sempre in tema di incentivi fiscali, ne sono stati stanziati in caso di bonifica da amianto, stanziati altresì fondi per la tutela del territorio, novità in materia di  scarichi dei frantoi, emissioni in atmosfera, fonti rinnovabili, rifiuti raee da pannelli fotovoltaici, mobilità sostenibile.

Una mole impressionante di modifiche, sarà importante seguirne gli indirizzi operativi che giungeranno a cascata, nonchè valutarne gli effetti dal punto di vista globale.

bonifiche e proprietario incolpevole

BONIFICHE: NESSUN OBBLIGO PER IL PROPRIETARIO INCOLPEVOLE

Il Consiglio di Stato, in Adunanza Plenaria, con l’ordinanza 21/2013 è intervenuto su un tema assai controverso, segnatamente in materia di obblighi del proprietario del sito non responsabile del caso di contaminazione.

Con tale importante pronuncia, è stato enunciato il principio in base al quale gli interventi di riparazione/messa in sicurezza/bonifica/ripristino gravano esclusivamente sul responsabile della contaminazione; in ultima istanza, laddove il responsabile non possa essere individuato o non provveda, sarà la Pubblica Amministrazione a dover intervenire e provvedere.

Tuttavia, in ragione dei legittimi dubbi di conformità del quadro normativo nazionale (parte IV del D.lgs 152/2006 e s.m.i) rispetto ai principi fondamentali dell’ Unione Europea in materia ambientale, primus inter pares quello del “chi inquina paga”, il CdS ha inoltrato alla Corte di Giustizia Ue apposita questione interpretativa.

In attesa di ulteriori sviluppi, va preso atto della scelta operata dalla massima autorità giurisdizionale amministrativa italiana.

AVVOCATO ED ENERGIA: liberalizzazione del mercato

A seguito dell’emanazione del d.lgs. n.79/99, il mercato elettrico italiano, ed in particolare il mercato di produzione dell’energia, è stato oggetto di liberalizzazione; ne è scaturito un sistema che consente a chiunque sia in possesso di determinati requisiti, ed abbia conseguito una apposita autorizzazione, di produrre energia elettrica, connettersi alla rete nazionale e vendere nel mercato l’energia prodotta.

Affinché tale sistema possa operare in maniera efficiente è necessario che la rete elettrica nazionale sia gestita da un soggetto estraneo agli interessi dei singoli produttori, ai quali deve essere assicurato un trattamento imparziale in ordine all’accesso alla rete stessa.

Il legislatore ha pertanto stabilito di sottrarre ad Enel, proprietaria della rete, la gestione di questa, ed ha deciso di affidare tale incombenza ad una società appositamente costituita: Terna s.p.a.

Fra i compiti che competono a quest’ultima vi è quello di garantire la sicurezza del sistema: poiché l’energia elettrica è un bene che non può essere immagazzinato e stoccato (se non per minimi quantitativi), è necessario che, istante per istante, la quantità di energia che viene caricata sulla rete dai produttori, sia pari alla quantità di energia che viene via via prelevata dai consumatori. La quantità di energia elettrica immessa giorno per giorno nella rete dipende, in prima battuta, dall’entità della domanda e dell’offerta come risultanti dalle contrattazioni che si svolgono nel mercato elettrico del giorno prima (MGP). In tale mercato, che si svolge quotidianamente, i produttori e gli acquirenti si accordano per la vendita e l’acquisto della quantità di energia necessaria al soddisfacimento della domanda relativa al giorno successivo.

Poiché tuttavia la quantità di energia immessa in rete, istante per istante, dai produttori non coincide perfettamente con la quantità consumata, è necessario un intervento da parte del Gestore della Rete atto a riequilibrare il sistema.

Terna garantisce tale equilibrio attraverso l’espletamento di un apposito servizio: il servizio di dispacciamento. Nella pratica il Gestore della rete stipula contratti con soggetti specificamente abilitati, titolari di impianti denominati unità di produzione o di consumo, i quali si obbligano a immettere e/o a prelevare energia elettrica secondo le disposizioni impartite dal Gestore stesso, cosicché sia costantemente assicurato l’equilibrio del sistema, e cioè sia garantito che la quantità di energia immessa nella rete, sia costantemente pari alla quantità prelevata.

I contratti sopra citati vengono stipulati in un apposito mercato dell’energia elettrica, denominato mercato per i servizi di dispacciamento (MSD)

AVVOCATO ED INQUINAMENTO – VEICOLI FUORI USO

METALLI PESANTI NEGLI APPARATI PROPULSORI

La Direttiva 2000/53/CE meglio conosciuta come Direttiva Veicoli Fuori Uso (ELV – End of Life Vehicles) si pone all’art. 1 l’obiettivo primario di prevenire la produzione di rifiuti derivanti dai veicoli nonché, inoltre, al reimpiego, al riciclaggio e ad altre forme di recupero dei veicoli fuori uso e dei loro componenti, in modo tale da ridurre il volume dei rifiuti da smaltire e migliorare il funzionamento dal punto di vista ambientale di tutti gli operatori economici coinvolti nel ciclo di utilizzo dei veicoli e specialmente di quelli direttamente collegati al trattamento dei veicoli fuori uso.

La normativa in commento è stata recepita dal D.lgs. 209/2003 (modificato dal D.lgs. 149/2006).

Le disposizioni contenute nel decreto appena citato si applicano ai veicoli a motore (giunti a fine vita) appartenenti alle categorie M1 ed N1 di cui all’Allegato II, parte A della Direttiva 70/156/CEE, ed ai veicoli a motore a tre ruote come definiti dalla Direttiva 2002/24/CE.

E’ importante ribadire che l’art. 4 comma I lett. a) della Direttiva ELV stabilisce che gli Stati Membri incoraggiano i costruttori di veicoli, in collaborazione con i costruttori di materiali ed equipaggiamenti, in particolare per prevenire il rilascio nell’ambiente, facilitare il riciclaggio ed evitare l’esigenza di smaltimento di rifiuti pericolosi.

Il comma II dello stesso articolo statuisce altresì, l’impegno a non impiegare/utilizzare nei veicoli e componenti di veicoli immessi sul mercato dopo il 1° luglio 2003 metalli pesanti quali il piombo, mercurio, cadmio o cromo esavalente se non nei casi (esenzioni) specificatamente e tassativamente indicati nell’Allegato II.

L’art. 4 della Direttiva è stato tradotto (anche se con ritardo) dalla normativa italiana con il divieto sancito dall’art. 9 del D.lgs. 209/2003 che espressamente prevede “Dal 1° luglio 2003 è vietata la produzione o l’immissione sul mercato di materiali e di componenti di veicoli contenenti piombo, mercurio, cadmio e cromo esavalente. Tale divieto non si applica nei casi e alle condizioni previsti dall’Allegato II”.

E’ bene precisare che il suddetto Allegato viene periodicamente aggiornato e modificato sia per far fronte al progresso tecnologico e scientifico che consente l’impiego di materiali diversi e meno dannosi per l’ambiente, sia perché frequenti sono gli interventi della Commissione Europea in materia di veicoli fuori uso (basti riprendere a titolo esemplificativo la ultima decisione della Commissione Europea n. 115/2010/CE del 23 febbraio).

La Commissione con la decisione 115 ha rivisto i criteri di esenzione stabilendo appunto che il piombo e i composti di piombo presenti negli apparati propulsori (che possono contenere fino allo 0,5% di piombo in peso) non saranno più esentati dal divieto ex art. 4 della Direttiva ELV in quanto l’uso del piombo, in questo tipo di applicazioni, può essere evitato.

Per contro, per gli altri casi già menzionati nell’Allegato in commento, non essendo tecnicamente possibile riparare veicoli con pezzi di ricambio diversi da quelli originali (poiché ciò richiederebbe modifiche delle caratteristiche dimensionali e funzionali di interi impianti del veicolo) continua ad essere consentita la riparazione di questi componenti di veicoli appunto con pezzi originali (ovverossia con pezzi contenenti i metalli pesanti quali il piombo, cadmio, mercurio e cromo esavalente).

AVVOCATO e RIFIUTI: Piano di gestione e razionalizzazione della raccolta

In tema di corretta gestione dei rifiuti, una delle più importanti misure che devono essere adottate dagli Stati membri nell’ambito del loro obbligo, in forza della direttiva 2006/12, è quella di elaborare piani di gestione che contemplino, in particolare, misure atte ad incoraggiare la razionalizzazione della raccolta, della cernita e del trattamento dei rifiuti, è quella, prevista all’art. 5, n. 2, di tale direttiva, consistente nel cercare di trattare i rifiuti nell’impianto più vicino possibile.

Sicché, i criteri di localizzazione dei siti di smaltimento dei rifiuti devono essere individuati in considerazione degli obiettivi perseguiti dalla direttiva 2006/12, tra cui figurano, in particolare, la protezione della salute e dell’ambiente, nonché la creazione di una rete integrata ed adeguata di impianti di smaltimento che consenta in particolare lo smaltimento dei rifiuti in uno degli impianti appropriati più vicini.

Quindi, detti criteri di localizzazione dovrebbero riguardare, in particolare, la distanza di tali siti rispetto agli insediamenti in cui sono prodotti i rifiuti, il divieto di realizzare gli impianti in prossimità di zone vulnerabili e l’esistenza di infrastrutture adeguate per il trasporto dei rifiuti, quali il collegamento alle reti di trasporto.

Per quanto riguarda i rifiuti urbani non pericolosi, per i quali non sono necessari, in linea di principio, impianti specializzati come quelli richiesti per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, gli Stati membri devono quindi adoperarsi per disporre di una rete che consenta loro di soddisfare l’esigenza di impianti di smaltimento quanto più vicini possibile ai luoghi di produzione, ferma restando la possibilità di organizzare una rete siffatta nell’ambito di cooperazioni interregionali, o addirittura transfrontaliere, che rispondano al principio di prossimità.

Ne consegue che, allorché uno Stato membro ha singolarmente scelto nell’ambito del suo piano o dei suoi «piani di gestione dei rifiuti» ai sensi dell’art. 7, n. 1, della direttiva 2006/12, di organizzare la copertura del suo territorio su base regionale, occorre dedurne che ogni regione dotata di un piano regionale debba garantire, in linea di principio, il trattamento e lo smaltimento dei suoi rifiuti il più vicino possibile al luogo in cui vengono prodotti.

Infatti, il principio di correzione, anzitutto alla fonte, dei danni causati all’ambiente, principio stabilito per l’azione della Comunità in materia ambientale dall’art. 191 TFUE, comporta che spetta a ciascuna regione, comune o altro ente locale adottare le misure adeguate per garantire la raccolta, il trattamento e lo smaltimento dei propri rifiuti e che questi vanno quindi smaltiti il più vicino possibile al luogo in cui vengono prodotti, per limitarne al massimo il trasporto.

Di conseguenza, in una tale rete nazionale definita dallo Stato membro, se una regione non è dotata, in misura e per un periodo rilevanti, di infrastrutture sufficienti a soddisfare le sue esigenze per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti, si può dedurre che dette gravi carenze a livello regionale possono compromettere la rete nazionale di impianti di eliminazione dei rifiuti, privandola delle caratteristiche di integrazione ed adeguatezza richieste dalla direttiva 2006/12, che consenta allo Stato membro interessato di perseguire individualmente l’obiettivo di autosufficienza definito all’art. 5, n. 1, della direttiva in parola.

avvocato ed inquinamento: emissioni elettromagnetiche

Fissazione di valori soglia ed effetti delle emissioni elettromagnetiche

La fissazione di valori-soglia risponde ad una ratio assai complessa e articolata.

Da un lato, infatti, essi hanno effettivamente lo scopo di proteggere la salute della popolazione dagli effetti negativi delle emissioni elettromagnetiche (e da questo punto di vista la determinazione delle soglie deve risultare fondata sulle conoscenze scientifiche ed essere tale da non pregiudicare il valore protetto); dall’altro, si tratta di consentire, anche attraverso la fissazione di soglie diverse in relazione ai tipi di esposizione, ma uniformi sul territorio nazionale, e la graduazione nel tempo degli obiettivi di qualità espressi come valori di campo, la realizzazione degli impianti e delle reti rispondenti a rilevanti interessi nazionali, sottesi alle competenze concorrenti di cui all’art. 117, terzo comma, della Costituzione, come quelli che fanno capo alla distribuzione dell’energia e allo sviluppo dei sistemi di telecomunicazione.

Tali interessi, ancorché non resi espliciti nel dettato della legge quadro in esame, sono indubbiamente sottesi alla considerazione del “preminente interesse nazionale alla definizione di criteri unitari e di normative omogenee” che, secondo l’art. 4, comma 1, lettera a, della legge quadro, fonda l’attribuzione allo Stato della funzione di determinare detti valori-soglia.

In sostanza, la fissazione a livello nazionale dei valori-soglia, non derogabili dalle Regioni nemmeno in senso più restrittivo, rappresenta il punto di equilibrio fra le esigenze contrapposte di evitare al massimo l’impatto delle emissioni elettromagnetiche, e di realizzare impianti necessari al paese, nella logica per cui la competenza delle Regioni in materia di trasporto dell’energia e di ordinamento della comunicazione è di tipo concorrente, vincolata ai principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato.

Tutt’altro discorso è a farsi circa le discipline localizzative e territoriali. A questo proposito è logico che riprenda pieno vigore l’autonoma capacità delle Regioni e degli enti locali di regolare l’uso del proprio territorio, purché, ovviamente, criteri localizzativi e standard urbanistici rispettino le esigenze della pianificazione nazionale degli impianti e non siano, nel merito, tali da impedire od ostacolare ingiustificatamente l’insediamento degli stessi.

AVVOCATO E RIFIUTI: Abbandono

Il terzo comma dell’art.192 D.Lgs.152/06 prevede che chiunque viola il divieto di cui al comma 1, di abbandono e di deposito incontrollati di rifiuti,

“è tenuto a procedere alla rimozione, all’avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull’area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo”.

La norma in esame risulta riproduttiva di analoga disposizione già contenuta nell’art.12 D.Lgs22/97, abrogata proprio dal D.Lgs.152/06.

Secondo quanto previsto dalla norma, oltre alla diretta responsabilità dell’autore dell’illecito, l’ordine di rimozione può essere esteso in solido anche al proprietario o titolare di altro diritto reale o di godimento dell’area, purché la violazione gli sia imputabile a titolo di dolo o colpa.

Sul punto è da registrare l’orientamento ormai consolidato della Giurisprudenza Amministrativa sulla necessarietà del preventivo accertamento dell’esistenza dell’elemento soggettivo del dolo o della colpa in capo al titolare dell’area:

“l’ordinanza sindacale emanata dall’amministrazione locale è illegittima se adottata senza il dovuto e preventivo accertamento della responsabilità e/o della corresponsabilità del proprietario del terreno, nei confronti del quale non è ipotizzabile una responsabilità oggettiva per violazione di un obbligo generico di vigilanza”.

Tale principio si applica anche a seguito dell’entrata in vigore dell’art. 192 del d.lg. 3 aprile 2006 n. 152, dal momento che tale articolo, non soltanto riproduce il tenore dell’abrogato art. 14 sopra citato, con riferimento alla necessaria imputabilità a titolo di dolo o colpa, ma in più integra il precedente precetto, precisando che l’ordine di rimozione può essere adottato esclusivamente in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo.

Peraltro nella peculiare ipotesi in cui l’abbandono abusivo dei rifiuti non pericolosi avvenga in prossimità dell’area stradale, è stato ritenuto illegittimo l’ordine di rimozione intimato nei confronti dell’ente gestore quando non risulti riscontrabile un profilo soggettivo.

La giurisprudenza amministrativa ha infatti affermato che “ai fini dell’imposizione dell’obbligo di rimozione di rifiuti, non è sufficiente una generica « culpa in vigilando ” .

Inoltre in una fattispecie analoga ai sensi dell’art. 14 del D.Lgs. 5 febbraio 1997, n. 22 (c.d. decreto Ronchi – v. oggi l’art. 192 del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152), l’ordine di rimozione di rifiuti abbandonati presuppone l’accertamento della responsabilità da illecito in capo al destinatario, occorrendo che sussista un atteggiamento di volontà dell’effetto ovvero un comportamento negligente, imprudente od affetto da imperizia, dovendosi viceversa escludere la sussistenza dell’obbligo di smaltimento a carico del proprietario incolpevole, che sia ritenuto responsabile sulla base di un principio presuntivo di responsabilità aquiliana c.d. oggettiva, analogo a quello di cui agli artt. 2048-2053 cod. civ.

Ai fini della legittimità dell’ordine di rimozione di rifiuti abbandonati, l’Amministrazione deve dare adeguata dimostrazione, attraverso un’istruttoria completa ed esauriente, che la discarica o l’inquinamento sia avvenuto in un’area ben individuata ed appartenente in modo certo ad un determinato soggetto imputabile per dolo o colpa; in particolare deve dimostrare che, in concreto, da parte degli interessati vi sia stato un comportamento quantomeno colposo, da valutare alla stregua degli ordinari criteri di imputazione, senza, cioè, l’imposizione di una soglia di diligenza superiore all’ordinario ovvero l’imposizione di un dovere di vigilanza attiva di difficile praticabilità, come nel caso, ad esempio, di un fondo aperto che, per la sua attitudine produttiva e la sua ubicazione appartata, si palesa particolarmente esposto.

AVVOCATO ed INQUINAMENTO: Nozione di Inquinamento

Il c.d. “decreto Ronchi” ed il collegato D.M. n. 471/99 (in particolare l’art. 17, commi 1, 2, 4, 6 bis, d.lgs. cit. e l’art. 2 D.M. cit.), in relazione alla nozione di “inquinamento facevano riferimento alla sua realizzazione sul relativo “sito” – e non solo sul terreno superficiale – inteso quale area o porzione di territorio intesa nelle diverse matrici ambientali e comprensiva anche delle “eventuali” strutture edilizie ed impiantistiche presenti in cui si riscontrano livelli di contaminazione o alterazioni chimiche, fisiche o biologiche del “suolo o del sottosuolo o delle acque superficiali o “sotterranee” tali da determinare un pericolo per la salute pubblica.

Lo stesso D.M. n. 471/99, richiamando la nozione di bonifica, faceva riferimento all’insieme degli interventi atti ad eliminare le fonti di inquinamento e le sostanze inquinanti o a ridurre le concentrazioni delle sostanze inquinanti presenti nel suolo, nel “sottosuolo”, nelle acque superficiali o “sotterranee”, chiarendo ulteriormente che la stessa doveva interessare tutte le matrici ambientali coinvolte, dato che senza un’efficace depurazione della falda non sarebbe possibile certificare gli interventi di bonifica del soprasuolo.

Allo stesso modo pure l’art. 17, comma 1, lett.a) e c-bis), d.lgs. faceva riferimento ai suoli ed alle “acque sotterranee” in relazione alla specifica destinazione d’uso dei siti, con ciò confermando che le operazioni di bonifica e quelle ad esse correlate riguardano il generale inquinamento del sito e non solo il terreno superficiale insito in esso.

Inoltre, la proprietà, in base ai principi civilistici di cui all’art. 840, comma 1, c.c., si estende anche al sottosuolo con tutto ciò che vi si contiene, in applicazione del noto brocardo secondo cui la proprietà si estende “usque ad inferos et usque ad sidera”.

Il limite del “valore del bene”, quindi, non può che considerare tali principi, ritenendo il sottosuolo parte integrante del bene stesso nel caso di specie.

AVVOCATO e RIFIUTI: Smaltimento amianto senza autorizzazione

L’art. 30, co. 7 d.lvo 22/97 impone l’obbligo di iscrizione al vecchio Albo nazionale delle imprese esercenti servizi di smaltimento dei rifiuti solo alle ditte che intendono svolgere le attività di smaltimento descritte nel art. 2 del D.P.R. n. 915/82, mentre nessun obbligo di iscrizione è previsto per le ditte che svolgono attività di bonifica.

L’art. 6 del D.L.vo n. 22/97 definisce nelle lettere g) ed n) le attività di smaltimento e di bonifica, differenziandole tra loro.

Tale disposto, peraltro, riproduce con riferimento, tra le altre, alle imprese che effettuano attività di bonifica dei beni contenenti amianto, l’obbligo di cui all’art. 5 del D.L. n. 662/1996, i cui effetti sono stati fatti salvi dall’art. 1 della L. 11.11.1996 n. 575.

L’obbligo di iscrizione all’Albo Nazionale per le imprese di bonifica dall’amianto, peraltro, era già previsto dalla normativa previgente all’entrata in vigore del D.L.vo n. 22/97, sicché esso non poteva che riferirsi all’Albo Nazionale già esistente e non al nuovo Albo istituito dal testo unico citato.

Orbene, alla luce della rilevata continuità normativa tra le disposizioni che hanno imposto l’obbligo di iscrizione alle imprese di bonifica dall’amianto, risulta pienamente applicabile a queste ultime il disposto di cui all’art. 30, co. 7, del D.L.vo n. 22/97, secondo cui: “in attesa dell’emanazione dei decreti di cui ai commi 2 e 3, continuano ad operare, rispettivamente il Comitato nazionale e le Sezioni regionali dell’Albo nazionale delle imprese esercenti servizi di smaltimento dei rifiuti di cui all’art. 1 del decreto legge 31 agosto 1987 n. 361, convertito, con modificazioni dalla legge 29 ottobre 1987 n. 441”.

Inoltre tale disposto circa la ultrattività operativa degli organismi esistenti trova un riscontro di carattere generale nella norma di chiusura di cui all’art. 57, co. 1 del decreto legislativo citato, secondo cui: “le norme regolamentari e tecniche che disciplinano la raccolta, il trasporto e lo smaltimento del rifiuti restano in vigore sino all’adozione delle specifiche norme adottate in attuazione del presente decreto. A tal fine ogni riferimento ai rifiuti tossici e nocivi si deve intendere riferito ai rifiuti pericolosi”.

E’ appena il caso di rilevare a proposito del citato disposto come l’attività di recupero dell’amianto da altri materiali e di successiva messa in sicurezza rientra nella nozione di raccolta dei rifiuti secondo la definizione di cui all’art. 6, co. 1 lett. e), del D.L.vo n. 22/97.
Per completezza di esame va aggiunto, infine, che ai sensi dell’art. 30, co. 4, del decreto legislativo “L’iscrizione”…- sostituisce l’autorizzazione all’esercizio delle attività dl raccolta di trasporto, di commercio e di intermediazione dei rifiuti” sicché sì palesa evidente che, mancando l’iscrizione all’Albo, resta operante l’obbligo di munirsi della autorizzazione prescritta in via generale dalla legge.