modifiche al codice ambientale

IN ARRIVO MODIFICHE AL CODICE AMBIENTALE

 

In data 27 novembre 2012 la Commissione Ambiente della Camera ha approvato alcuni emendamenti al c.d. “testo base” a seguito di un accordo siglato il 20 novembre 2012.

L’iter del summenzionato testo è stato molto travagliato e tortuoso, dopo una serie di “navette” tra Camera e Senato sembra ormai pronto per l’esame in aula con conseguente approvazione definitiva in Senato.

Le norme contenute nel disegno di legge prevedono delle modifiche ad ampio raggio del D.Lgs. 152/2006 Codice dell’Ambiente.

Gli interventi afferiscono principalmente alle autorizzazioni  agli scarichi (aumento della validità dell’autorizzazione da 4 a 6 anni), toccano in maniera massiva la parte sui rifiuti (gerarchia del trattamento, definizione rifiuto organico e compost di qualità, riciclo Pfu e C&D, oli usati, danno ambientale e modifiche, terre e rocce da scavo da miniere dismesse ed esauste, novità in materia Raee, materiali di riporto), nonché sanciscono importanti semplificazioni in materia di Via ed Aia.

Si attende quindi nelle prossime settimane la discussione in assemblea del testo che venne già approvato (prima di subire notevoli emendamenti) nel febbraio scorso.

 

 

 

AVVOCATO ED INQUINAMENTO: Attuazione della direttiva 2008/50/Ce e inquinamento

Novità legislative nell’ordinamento italiano.

La regolamentazione giuridica della qualità dell’aria ha subito rilevanti modifiche per via del decreto legislativo di attuazione della direttiva 2008/50/Ce sulla qualità dell’aria ambiente, decreto affidato al consiglio dei ministri dalla legge 88/2009, approvato dal medesimo in prima lettura il 13 maggio 2010 e dal 3 giugno scoro all’esame del Parlamento per i necessari pareri.

Anzitutto la riforma avrà come obiettivo la suddivisione delle Regioni e Province autonome di competenza del loro territorio in zone ed agglomerati, e ciò in base ai criteri di densità emissiva, caratteristiche orografiche e meteo – climatiche, nonché grado di climatizzazione.

In ogni area così determinata dovranno essere effettuate a cura dei medesimi Enti e utilizzando stazioni conformi a nuovi standard tecnici, le misurazioni sulla qualità dell’aria.

All’esito delle misurazioni in base ai livelli di inquinamento riscontrati ed ai valori limiti imposti dal decreto in gremium, gli Enti pubblici di competenza sapranno quali provvedimenti adottare per ridurre rischi per l’ambiente e per la salute umana.

Inoltre, viene previsto un obbligo generale imposto alla pubblica amministrazione e avente ad oggetto di garantire la migliore qualità dell’aria ambientale compatibile con lo sviluppo sostenibile. Oltre tale obiettivo, peraltro, il superamento dei valori/limite farà scattare l’obbligo di adozione da parte delle Regioni di graduali misure ad hoc, misure che dovranno agire direttamente sulle sorgenti di emissione avanti influenza sulle aree interessate.

Nell’ambito degli interventi preventivi, poi sarà altresì possibile per la pubblica amministrazione imporre ai gestori di attività ad alto potenziale di inquinamento atmosferico l’installazione di stazioni di rilevamento dell’inquinamento.

Infine, oltre alla limitazione della circolazione dei veicoli a motore, le misure potranno prevedere l’imposizione di più stringenti valori limite di emissione, delle prescrizioni particolari per l’esercizio e la localizzazione di impianti industriali, di trattamento di rifiuti con emissioni in atmosfera. Infine, potranno essere adottate prescrizioni limitative per le attività svolte tramite cantieri, macchine mobili, veicoli commerciali pesanti per il trasporto, navi, attività agricole di spandimento effluenti di allevamento.

AVVOCATO ED INQUINAMENTO – VEICOLI FUORI USO

METALLI PESANTI NEGLI APPARATI PROPULSORI

La Direttiva 2000/53/CE meglio conosciuta come Direttiva Veicoli Fuori Uso (ELV – End of Life Vehicles) si pone all’art. 1 l’obiettivo primario di prevenire la produzione di rifiuti derivanti dai veicoli nonché, inoltre, al reimpiego, al riciclaggio e ad altre forme di recupero dei veicoli fuori uso e dei loro componenti, in modo tale da ridurre il volume dei rifiuti da smaltire e migliorare il funzionamento dal punto di vista ambientale di tutti gli operatori economici coinvolti nel ciclo di utilizzo dei veicoli e specialmente di quelli direttamente collegati al trattamento dei veicoli fuori uso.

La normativa in commento è stata recepita dal D.lgs. 209/2003 (modificato dal D.lgs. 149/2006).

Le disposizioni contenute nel decreto appena citato si applicano ai veicoli a motore (giunti a fine vita) appartenenti alle categorie M1 ed N1 di cui all’Allegato II, parte A della Direttiva 70/156/CEE, ed ai veicoli a motore a tre ruote come definiti dalla Direttiva 2002/24/CE.

E’ importante ribadire che l’art. 4 comma I lett. a) della Direttiva ELV stabilisce che gli Stati Membri incoraggiano i costruttori di veicoli, in collaborazione con i costruttori di materiali ed equipaggiamenti, in particolare per prevenire il rilascio nell’ambiente, facilitare il riciclaggio ed evitare l’esigenza di smaltimento di rifiuti pericolosi.

Il comma II dello stesso articolo statuisce altresì, l’impegno a non impiegare/utilizzare nei veicoli e componenti di veicoli immessi sul mercato dopo il 1° luglio 2003 metalli pesanti quali il piombo, mercurio, cadmio o cromo esavalente se non nei casi (esenzioni) specificatamente e tassativamente indicati nell’Allegato II.

L’art. 4 della Direttiva è stato tradotto (anche se con ritardo) dalla normativa italiana con il divieto sancito dall’art. 9 del D.lgs. 209/2003 che espressamente prevede “Dal 1° luglio 2003 è vietata la produzione o l’immissione sul mercato di materiali e di componenti di veicoli contenenti piombo, mercurio, cadmio e cromo esavalente. Tale divieto non si applica nei casi e alle condizioni previsti dall’Allegato II”.

E’ bene precisare che il suddetto Allegato viene periodicamente aggiornato e modificato sia per far fronte al progresso tecnologico e scientifico che consente l’impiego di materiali diversi e meno dannosi per l’ambiente, sia perché frequenti sono gli interventi della Commissione Europea in materia di veicoli fuori uso (basti riprendere a titolo esemplificativo la ultima decisione della Commissione Europea n. 115/2010/CE del 23 febbraio).

La Commissione con la decisione 115 ha rivisto i criteri di esenzione stabilendo appunto che il piombo e i composti di piombo presenti negli apparati propulsori (che possono contenere fino allo 0,5% di piombo in peso) non saranno più esentati dal divieto ex art. 4 della Direttiva ELV in quanto l’uso del piombo, in questo tipo di applicazioni, può essere evitato.

Per contro, per gli altri casi già menzionati nell’Allegato in commento, non essendo tecnicamente possibile riparare veicoli con pezzi di ricambio diversi da quelli originali (poiché ciò richiederebbe modifiche delle caratteristiche dimensionali e funzionali di interi impianti del veicolo) continua ad essere consentita la riparazione di questi componenti di veicoli appunto con pezzi originali (ovverossia con pezzi contenenti i metalli pesanti quali il piombo, cadmio, mercurio e cromo esavalente).

AVVOCATO ed INQUINAMENTO: CANNE FUMARIE

L’art. 5 co. 9 del D.P.R. n. 412/93, non toccato dalla parziale abrogazione disposta dall’art. 16 co. 2 del D.Lgs. n. 192/05, come sostituito dall’art. 7 del D.Lgs. n. 311/06, stabilisce che gli impianti termici siti negli edifici costituiti da più unità immobiliari devono essere collegati ad appositi camini, canne fumarie o sistemi di evacuazione dei prodotti di combustione, con sbocco sopra il tetto dell’edificio alla quota prescritta dalla regolamentazione tecnica vigente, nei seguenti casi:

  • nuove installazioni di impianti termici, anche se al servizio delle singole unità immobiliari;
  • ristrutturazioni di impianti termici centralizzati;
  • ristrutturazioni della totalità degli impianti termici individuali appartenenti ad uno stesso edificio;
  • trasformazioni da impianto termico centralizzato a impianti individuali;
  • impianti termici individuali realizzati dai singoli previo distacco dall’impianto centralizzato.

In deroga a tale previsione di carattere generale, la stessa norma dispone che la regola dello sbocco sopra il tetto dell’edificio possa non venire applicata nell’ipotesi di singole ristrutturazioni di impianti termici individuali già esistenti, siti in stabili plurifamiliari, qualora nella versione iniziale non dispongano già di camini, canne fumarie o sistemi di evacuazione dei prodotti della combustione con sbocco sopra il tetto dell’edificio, funzionali ed idonei o comunque adeguabili alla applicazione di apparecchi con combustione asservita da ventilatore, ovvero di nuove installazioni di impianti termici individuali in edificio assoggettato dalla legislazione nazionale o regionale vigente a categorie di intervento di tipo conservativo, precedentemente mai dotato di alcun tipo di impianto termico, a condizione che non esista camino, canna fumaria o sistema di evacuazione fumi funzionale ed idoneo, o comunque adeguabile allo scopo (in ambedue le ipotesi, purché si adottino generatori di calore che, per i valori di emissioni nei prodotti della combustione, appartengano alla classe meno inquinante prevista dalla norma tecnica UNI EN 297).

Ai fini della deroga la norma non annette autonoma rilevanza all’ipotetica impossibilità tecnica di portare gli scarichi oltre la copertura dell’edificio.

Né la deroga può ritenersi consentita dal Regolamento edilizio comunale, che in materia di scarichi dei fumi degli impianti termici fa rinvio al D.P.R. n. 412/93; ovvero dalla circolare della Direzione ambiente del 1 aprile 2004, che a sua volta rinvia alle soprastanti norme regolamentari statali e comunali per l’individuazione dei casi di deroga all’obbligo di scarico sopra il tetto, richiedendone la certificazione da parte del progettista incaricato; o, ancora, dalla circolare c.d. “Nencioni”, la quale, nella parte in cui introduce fra i motivi di “autoderoga” allo scarico sul tetto la impossibilità di realizzare la canna fumaria su facciata principale, arbitrariamente effettua una sorta di bilanciamento fra i diversi interessi tutelati dalle disposizioni normative che vengono in considerazione nella fattispecie, ponendosi in diretto contrasto con quelle di cui al D.P.R. n. 412/93, e dovendo perciò essere disapplicata.

3.1.2. Se, dunque, l’impossibilità tecnica di per sé non giustifica l’applicazione della deroga, insuscettibile di interpretazione estensiva o analogica al di fuori dei casi contemplati dall’art. 5 co. 9, l’accertata difformità dell’impianto a servizio dell’immobile di proprietà dalle prescrizioni in materia di progettazione ed installazione stabilite dal D.P.R. n. 412/93, in attuazione dell’art. 4 della legge n. 10/91, autorizza l’esercizio dei poteri riconosciuti all’amministrazione dall’art. 33 della medesima legge ed, in particolare, l’adozione dell’ordine di adeguamento dell’impianto, senza che in contrario rilevino le precedenti valutazioni di conformità.

AVVOCATO e RIFIUTI: Sistri, cos’è ed il suo utilizzo

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Il Sistri è un sistema di controllo e tracciabilità dei rifiuti; le finalità di questo sistema includono anche:

  1. il controllo su dati rilevanti anche nella gestione dei rifiuti;
  2. il controllo tra la produzione e il conferimento finale del rifiuto;
  3. l’acquisizione di dati utili alla pianificazione della gestione dei rifiuti (macro, per territorio, per tipologia, per attività, per natura dei rifiuti, eccetera);
  4. il monitoraggio del sistema di gestione dei rifiuti;
  5. l’interconnessione con altri sistemi informativi;
  6. le pratiche amministrative comprendenti per esempio l’identificazione dei rifiuti, registro di carico e scarico, della dichiarazione annuale dei rifiuti ecc;

Il Sistri utilizza un software per la registrazione digitale delle informazioni e la localizzazione satellitare degli automezzi.
I dispositivi utilizzati, sono differenti a seconda dei soggetti:

a) Produttori – Intermediari – Consorzi

b) Trasportatori

c) Impianti

Essi utilizzano il dispositivo usb, che permette di:

  1. registrare i rifiuti prodotti in due differenti sezioni:
  • registro cronologico: dovrà essere compilata dal produttore/detentore del rifiuto entro 10 giorni lavorativi dalla   produzione del rifiuto
  • area movimentazione

2.  movimentare i rifiuti (movimenti di scarico ed emissioni dei formulari)

Il black box consente l’accesso al Sistri per l’inserimento dei dati e si dovrà acquistare una scheda Sim dai Gprs e i dati delle schede Sim e ogni black box dovrà essere fornito anche di chiave usb.
E’ disponibile un solo dispositivo usb per unità locale.

Esso farà riferimento a tutte le attività dell’unità locale per le quali è prevista l’iscrizione relativamente a:

  • produzione di rifiuti e/o;
  • smaltimento e recupero e/o;
  • intermediazione e commercio di rifiuti e/o;
  • trasporto di rifiuti.

    Ogni unità locale, in alternativa, può richiedere:

    • un dispositivo usb per ciascuna Unità operativa in cui è suddivisa l’unità locale e/o;
    • un dispositivo usb per ciascuna attività (o categoria) di iscrizione svolta all’interno dell’Unità locale o della singola Unità operativa all’interno dell’attività locale.

      Le categorie d’iscrizione sono:

      produzione di rifiuti, trasporto, discarica, demolizione/rottamazione, frantumazione, incenerimento, recupero, trattamento, eccetera.

      Il Sistri include:

      • produttori/detentori di rifiuti speciali;
      • comuni della Regione Campania;
      • trasportatori di rifiuti speciali (anche dall’estero);
      • trasportatori dei rifiuti urbani prodotti nella Regione Campania;
      • produttore/trasportatore, in contro proprio, di rifiuti pericolosi, fino ad un massimo di 30 kg/litri al giorno;
      • concessionario/gestore, case costruttrici/automercato;
      • gestori di impianti di discarica di rifiuti pericolosi / non pericolosi/inerti;
      • gestori di impianti di recupero / smaltimento / di rifiuti (anche impianti mobili);
      • gestori di impianti di incenerimento e di coincenerimento;
      • gestori di impianti di trattamento dei Raee;
      • gestori di impianti di demolizione e di rottamazione dei veicoli fuori uso;
      • gestori di impianti di frantumazione dei veicoli fuori uso;
      • gestori dei Centri di raccolta dei rifiuti;
      • commercianti / intermediari senza detenzione di rifiuti;
      • consorzi istituiti per il recupero/riciclaggio di particolari tipologie di rifiuti.

        AVVOCATO e RIFIUTI: Piano di gestione e razionalizzazione della raccolta

        In tema di corretta gestione dei rifiuti, una delle più importanti misure che devono essere adottate dagli Stati membri nell’ambito del loro obbligo, in forza della direttiva 2006/12, è quella di elaborare piani di gestione che contemplino, in particolare, misure atte ad incoraggiare la razionalizzazione della raccolta, della cernita e del trattamento dei rifiuti, è quella, prevista all’art. 5, n. 2, di tale direttiva, consistente nel cercare di trattare i rifiuti nell’impianto più vicino possibile.

        Sicché, i criteri di localizzazione dei siti di smaltimento dei rifiuti devono essere individuati in considerazione degli obiettivi perseguiti dalla direttiva 2006/12, tra cui figurano, in particolare, la protezione della salute e dell’ambiente, nonché la creazione di una rete integrata ed adeguata di impianti di smaltimento che consenta in particolare lo smaltimento dei rifiuti in uno degli impianti appropriati più vicini.

        Quindi, detti criteri di localizzazione dovrebbero riguardare, in particolare, la distanza di tali siti rispetto agli insediamenti in cui sono prodotti i rifiuti, il divieto di realizzare gli impianti in prossimità di zone vulnerabili e l’esistenza di infrastrutture adeguate per il trasporto dei rifiuti, quali il collegamento alle reti di trasporto.

        Per quanto riguarda i rifiuti urbani non pericolosi, per i quali non sono necessari, in linea di principio, impianti specializzati come quelli richiesti per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, gli Stati membri devono quindi adoperarsi per disporre di una rete che consenta loro di soddisfare l’esigenza di impianti di smaltimento quanto più vicini possibile ai luoghi di produzione, ferma restando la possibilità di organizzare una rete siffatta nell’ambito di cooperazioni interregionali, o addirittura transfrontaliere, che rispondano al principio di prossimità.

        Ne consegue che, allorché uno Stato membro ha singolarmente scelto nell’ambito del suo piano o dei suoi «piani di gestione dei rifiuti» ai sensi dell’art. 7, n. 1, della direttiva 2006/12, di organizzare la copertura del suo territorio su base regionale, occorre dedurne che ogni regione dotata di un piano regionale debba garantire, in linea di principio, il trattamento e lo smaltimento dei suoi rifiuti il più vicino possibile al luogo in cui vengono prodotti.

        Infatti, il principio di correzione, anzitutto alla fonte, dei danni causati all’ambiente, principio stabilito per l’azione della Comunità in materia ambientale dall’art. 191 TFUE, comporta che spetta a ciascuna regione, comune o altro ente locale adottare le misure adeguate per garantire la raccolta, il trattamento e lo smaltimento dei propri rifiuti e che questi vanno quindi smaltiti il più vicino possibile al luogo in cui vengono prodotti, per limitarne al massimo il trasporto.

        Di conseguenza, in una tale rete nazionale definita dallo Stato membro, se una regione non è dotata, in misura e per un periodo rilevanti, di infrastrutture sufficienti a soddisfare le sue esigenze per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti, si può dedurre che dette gravi carenze a livello regionale possono compromettere la rete nazionale di impianti di eliminazione dei rifiuti, privandola delle caratteristiche di integrazione ed adeguatezza richieste dalla direttiva 2006/12, che consenta allo Stato membro interessato di perseguire individualmente l’obiettivo di autosufficienza definito all’art. 5, n. 1, della direttiva in parola

        AVVOCATO ed INQUINAMENTO: Acque, la depurazione

        depurazione-acqua-domestica

        L’acqua è elemento indispensabile di ogni attività umana; dopo essere stata utilizzata, e quindi inquinata da varie sostanze di origini differenti, deve essere fatta defluire in un corso, nel sottosuolo in seguito ad un trattamento opportuno.

        Le acque si distinguono in :

        • urbane: si contraddistinguono a loro volta in acque nere (da servizi igienici) e bianche (da lavaggi o cucine)
        • industriali
        • metereologiche: diventano inquinate in seguito al contato con i suoli

        Bisogna dunque individuare, prima di tutto, la natura degli agenti inquinanti delle acque.

        • Agenti non bioreagenti (sabbie, oli)
        • Agenti bioreagenti

        Per poter depurare le acque è importante determinare degli indici:

        • Carico organico, ovvero la quantità di ossigeno utile alla conversione della sostanza organica putrescibile
        • Quantità d’acqua considerata
        • Concentrazione di sostanze inquinanti

        Una volta individuata la procedura per la dispersione dell’inquinante, bisogna predisporre dei sistemi per la depurazione delle acque di prima pioggia, attraverso:

        • localizzazione delle sorgenti
        • calcolo del volume delle acque di prima pioggia
        • trattamento delle acque meteoriche

        Le acque saranno raccolte dunque in vasche, dove verrà favorito il procedimento di sedimentazione delle sostanze solide ed in seguito saranno inviate altrove per separare gli idrocarburi.

        AVVOCATO e RIFIUTI: Smaltimento

        Smaltimento dei rifiuti e ordine di ripristino dei luoghi imposto ad altra P.A.

        In materia dello smaltimento dei rifiuti, l’ordine di ripristino dei luoghi (rimozione dei rifiuti abusivamente depositati su un’area demaniale di un fiume e l’esecuzione delle bonifiche necessarie), è legittimamente posto a carico di altra P.A., quando si tratta di area, con la quale essa si trovi in un rapporto tale da poter, prima, impedire la causazione dell’illecito de quo e, poi, eseguire gli interventi necessari al fine di eliminare la riscontrata situazione di pericolo per la salubrità dell’ambiente e dunque per la salute pubblica, che è, per di più, pacificamente presupposto legittimante l’esercizio del potere sindacale di intervenire in via contingibile ed urgente, con il richiamo in essa contenuto dell’art. 38 della legge 8 giugno 1990, n. 142.

        In tali casi, è inconferente l’invocazione del principio di sussidiarietà (che “impone che gli interventi pubblici siano svolti al livello più appropriato”), poiché, se è vero che tale principio sembra presiedere al complesso riparto di competenze fra Stato, Regioni, Province e Comuni disegnato nella materia dello smaltimento dei rifiuti dal legislatore del D.P.R. n. 915, la sua applicazione concreta non comporta di certo un esonero dalla specifica obbligazione gravante su chi ha la responsabilità dell’area compromessa dall’abbandono abusivo, anche quando tale soggetto sia, come nel caso di specie, una pubblica amministrazione, il principio di sussidiarietà non potendo di sicuro valere a coprire le conseguenze della violazione di precisi obblighi posti dal legislatore a salvaguardia degli interessi rilevanti in materia; salvo, poi, dover verificare in un successivo momento quali siano i soggetti, a cui effettivamente accollare le spese sostenute per il perseguimento, d’ufficio, della tutela degli interessi della collettività interessata.

        AVVOCATO ed ENERGIA: Contributi e finanziamenti

        Disposizioni in materia di incentivazione del’energia elettrica prodotta da impianti, alimentati da biomasse solide, oggetto di rifacimento parziale.

        (G.U. del 28 novembre 2009, n. 278)

        Attraverso questo decreto è stato possibile determinare nuovamente i contenuti dell’Allegato A al DM 18 dicembre 2008

        “Incentivazione della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, ai sensi del’art. 2, comma 150, legge 24 dicembre 2007, n. 244”

        la quale predispone già i requisiti tecnici per l’individuazione dell’energia elettrica ai fini dell’emissione dei certificati verdi o della tariffa di riferimento, o ai Rifacimenti parziali degli impianti a biomasse solide.

        Il decreto del Ministero Sviluppo economico ed il Ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio del mare 16 novembre 2009 nasce nella considerazione di

        “dover salvaguardare prioritariamente la produzione di energia elettrica da biomassa solida, in particolare in impianti di potenza superiore a 1 MW, sostenendo adeguatamente idonei interventi di rifacimento”

        considerato altresì il venir meno delle condizioni per il mantenimento in esercizio delle condizioni per il mantenimento dell’attività  degli impianti esistenti che cessano dal diritto alle tariffe di cui dal diritto ai certificati verdi.

        AVVOCATO ed ENERGIA: Diritto dell’energia

        Indicazione del termine e legislazione regionale

        L’art. 12 d.lgs. 387/2003, recante:“razionalizzazione e semplificazione delle procedure autorizzative”, ai commi terzo e quarto, espressamente stabilisce che:

        “La costruzione e l’esercizio degli impianti di produzione di energia elettrica alimentati da fonti rinnovabili, gli interventi di modifica, potenziamento, rifacimento totale o parziale e riattivazione, come definiti dalla normativa vigente, nonché le opere connesse e le infrastrutture indispensabili alla costruzione e all’esercizio degli impianti stessi, sono soggetti ad una autorizzazione unica, rilasciata dalla regione o dalle province delegate dalla regione, nel rispetto delle normative vigenti in materia di tutela dell’ambiente, di tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico, che costituisce, ove occorra, variante allo strumento urbanistico. A tal fine la Conferenza dei servizi è convocata dalla regione entro trenta giorni dal ricevimento della domanda di autorizzazione. [...]”.

        L’autorizzazione di cui al comma 3 è rilasciata a seguito di un procedimento unico, al quale partecipano tutte le Amministrazioni interessate, svolto nel rispetto dei principi di semplificazione e con le modalità stabilite dalla legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni e integrazioni. Il rilascio dell’autorizzazione costituisce titolo a costruire ed esercitare l’impianto in conformità al progetto approvato e deve contenere l’obbligo alla rimessa in ripristino dello stato dei luoghi a carico del soggetto esercente a seguito della dismissione dell’impianto o, per gli impianti idroelettrici, l’obbligo alla esecuzione di misure di reinserimento e recupero ambientale. Il termine massimo per la conclusione del procedimento di cui al presente comma non può comunque essere superiore a centottanta giorni.

        In più occasioni, la Corte Costituzionale ha avuto modo di chiarire che “l’indicazione del termine, contenuto nell’art. 12, comma 4, deve qualificarsi quale principio fondamentale in materia di «produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia», in quanto tale disposizione risulta ispirata alle regole della semplificazione amministrativa e della celerità garantendo, in modo uniforme sull’intero territorio nazionale, la conclusione entro un termine definito del procedimento autorizzativo (cfr. sentenze n. 383 e n. 336 del 2005)” (Corte Cost., 09 novembre 2006 , n. 364; cfr. anche, Corte Cost., 29 maggio 2009, n. 166; Corte Cost., 06 novembre 2009 n° 282; Corte Cost., 30 dicembre 2009 n° 339).

        Inoltre, nella Regione Sicilia, rimasta ad oggi inerte nell’esercizio della potestà legislativa concorrente in materia di produzione di energia, nonché rispetto al recepimento degli obblighi comunitari derivanti dalla direttiva 2001/77/CE, l’art. 12 del d.lgs. n° 387/2003 si applica integralmente anche per la disciplina di dettaglio, in ossequio all’art. 117, comma quinto, della Costituzione e agli artt. 11 e 16 della legge n° 11/2005, attuativa del dettato costituzionale da ultimo evocato.

        Peraltro l’inutile decorso del termine di conclusione del procedimento fissato dalla fonte normativa sopra riportata è, altresì, in contrasto con il generale dovere di concludere il procedimento mediante adozione di un provvedimento espresso contemplato dall’art. 2 della legge n° 241/1990, anche nel testo risultante dall’ultima novella legislativa di cui alla legge 18 giugno 2009 n° 69.
        Del resto, se un qualche effetto utile deve riconnettersi alla novella introdotta dalla legge n° 80/2005, che ha espressamente sancito il potere del giudice amministrativo di sindacare la fondatezza della pretesa in sede di giudizio sul silenzio-rifiuto, va riconosciuto che, quanto meno per la verifica della permanenza dell’interesse a ricorrere e delle condizioni dell’azione, sussistono i presupposti per l’esercizio di tale potere di sindacato sia pure ai limitati fini della qualificazione dell’atto sopravvenuto come integrante esercizio di potestà pubblica o tuttalcontrario di natura meramente interlocutoria endoprocedimentale.