gommisti e scarichi industriali

 ANCHE L’OFFICINA DI UN GOMMISTA NECESSITA DI AUTORIZZAZIONE AGLI SCARICHI

 

Confermando l’oramai consolidato orientamento giurisprudenziale circa la definizione di “acque reflue industriali”, la Suprema Corte, con la sentenza n. 48576 del 17 novembre 2016, sembra aver definitivamente ristretto il concetto di ciò che non va qualificato come “refluo industriale” e quindi non soggetto ad autorizzazione per il suo scarico.

Non va considerato “refluo industriale”, e quindi non abbisogna di alcuna autorizzazione, tutto ciò che è collegato al metabolismo umano o alle attività domestiche. PUNTO.

Di tal che, le acque reflue di un opificio, nel caso specifico di una officina-negozio di gommista, derivanti dal lavaggio del locale, non potrebbero essere scaricate, senza il previo rilascio della autorizzazione, perché i materiali sgrassanti, comunemente usati nelle operazioni di lavaggio, conterrebbero sostanze inquinanti.

Naturalmente, il principio vale anche per tutte quelle attività, industriali o artigianali che siano, che possano venire, in qualsiasi maniera, “contaminate” da un qualche prodotto inquinante.

Questa interpretazione sempre più restrittiva delle attività non soggette ad autorizzazione agli scarichi, sembra non lasciare alternativa ad una moltitudine estremamente importante di attività commerciali, i cui titolari dovranno necessariamente attivarsi per regolarizzare il regime autorizzatorio agli scarichi.

 

 

Stoccaggio acque reflue e rifiuti

Attività di stoccaggio delle acque reflue = deposito temporaneo

La Corte di Cassazione, con la recente sentenza 3 aprile 2012, n. 12476, ha affermato che l’attività di stoccaggio rappresenta l’elemento che conferisce alle acque reflue la natura di rifiuto allo stato liquido, con ciò escludendo che l’esistenza di una autorizzazione allo scarico  possa consentire tale attività.

L’art. 74 del D.lgs. 152/2006 disciplina invece la attività di immissione diretta nel suolo e nel sottosuolo, nonchè nella rete fognaria.

Alla luce di quanto sopra esposto, laddove le acque di lavaggio delle attrezzature di una impresa vengano gestite tramite lo stoccaggio in vasche di raccolta, dovranno essere rispettati i requisiti vigenti in tema di deposito temporaneo, sia in termini quantitativi che di durata.

sospensione autorizzazione scarichi

SOSPENSIONE AUTORIZZAZIONE SCARICHI

 

 

L’art. 133 del D.lgs 152/2006 prevede che chiunque nella effettuazione di uno scarico superi i valori limite fissati dal decreto o dalle autorità a ciò preposte, salvo il fatto costituisca reato, è punito con una sanzione amministrativa.

Tale norma rappresenta una previsione di pericolo astratto che presuppone l’emanazione di un atto urgente da parte del Sindaco, ai fini di tutela della salute pubblica; questo è quanto ha deciso il Tar Campania con la sentenza 10 Febbraio 2012 nr. 735.

Nello specifico è stato ritenuto che, ai fini della sospensione della autorizzazione allo scarico di acque reflue in mare, sia sufficiente il superamento dei valori di cui all’allegato 5 parte III del Testo Unico Ambientale, non essendo necessaria la concreta prova del pericolo per la pubblica incolumità.

 

importazione acqua

IMPORTAZIONE E COMMERCIALIZZAZIONE ACQUA IN BOTTIGLIA

La Commissione Europea con comunicato del 30 settembre 2010 ha diffidato l’Italia ad uniformarsi alla Direttiva 98/83/Ce sulla “Qualità delle acque destinate al consumo umano” recepita in Italia dal D.lgs. 31/2002.

Stando a quanto affermato dalla Commissione l’italia imporrebbe limiti e restrizioni ingiustificate creando ostacoli alla commercializzazione ed importazione dell’acqua in bottiglia falsando così le norme sulla libera circolazione delle merci.

In questo comunicato la Commissione ritiene che la rigidità delle norme statuite dalla Direttiva europea non autorizzi gli stati membri ad imporre controlli ulteriori sulle acque in bottiglia già autorizzate da altri stati membri.

In definitiva l’acqua italiana risulta essere fin troppo sicura rispetto al dettato della Direttiva 98/83/Ce costituendo così un ostacolo insormontabile per gli importatori di acqua in bottiglia destinata al consumo umano non classificata né come acqua minerale naturale né come acqua di sorgente.

La Commissione ha concesso, vieppiù, un termine di 2 mesi al nostro paese per adeguarsi alla normativa europea.

Il comunicato del 30 settembre assuma la forma del parere motivato secondo quanto previsto dalla procedura europea nei casi di infrazione.

Qualora l’Italia non dovesse comunicare le misure e gli accorgimenti necessari per allinearsi agli standard europei potrà essere deferita dalla Commissione alla Corte di Giustizia europea.