Sanzioni accessorie 231

Le sanzioni accessorie nell’apparato punitivo della “responsabilità 231″

La seconda parte di questo focus sulle misure sanzionatorie sulla responsabilità degli enti ex D.lgs. 231/2001 riguarda lo strumento della pubblicazione della sentenza di condanna e la confisca.

La sentenza di condanna può essere pubblicata come misura accessoria ad una sanzione interdittiva: la scelta di applicarla o meno è puramente a discrezione del giudice di riferimento.

La pubblicazione avviene sul sito internet del Ministero della Giustizia, per intero o anche solo un estratto significativo, sulla base di quanto viene disposto dall’art. 36 del codice penale, norma a cui sono state ricondotte le modalità di applicazione in seguito a diversi interventi normativi.

Nei casi più gravi questa misura può anche essere applicata a fini di pubblicità denigratoria nei confronti dell’ente sanzionato, mantenendosi comunque alla normativa generale prevista dall’art. 18 del D.Lgs 231/2001.

La confisca, a differenza delle altre, è una sanzione che viene sempre disposta nei confronti dell’ente e viene applicata sul prezzo o sul profitto del reato residuo in seguito alla restituzione al danneggiato, altrimenti anche denaro o beni di valore equivalente.

Considerata una misura sanzionatoria sui generis, la confisca infatti non ha limiti di valore e può applicarsi anche in un ventaglio di situazioni previste dal decreto legislativo.

Queste possono essere ad esempio, la prosecuzione dell’attività dell’ente gestita dal commissario giudiziale, irrogazione in seguito all’inosservanza delle sanzioni interdittive, oppure quando è stato introdotto un modello organizzativo che ha come fine precipuo la prevenzione della commissione di reati, da parte dei vertici dell’ente stesso.

Risulta opportuno delineare quelle che sono le differenze tra l’istituto della confisca in questione e quello previsto dall’art. 240 del codice penale.

Quest’ultimo ha come requisito fondamentale l’oggettiva pericolosità di ciò che viene confiscato, indipendentemente dalla presenza di una condanna.

Altro punto di notevole interesse è la nozione di prezzo e profitto, che risultano influenzate da recenti indirizzi di giurisprudenza della Corte di Cassazione.

Il prezzo viene definito da questa come il compenso dato o promesso ad un soggetto per l’esecuzione del fatto illecito, non focalizzandosi troppo sui dettagli.

Sulla nozione di profitto confiscabile, invece, ci sono state numerosi interventi giurisprudenziali.

In particolare, la sentenza 26654 del 27 marzo 2008 individua quelli che sono i principi per quantificare e determinare il profitto illecito da sottoporre ad ablazione:  deve avere natura patrimoniale, essere attuale e concreto ed infine avere un nesso causale con il reato commesso dall’ente.

Sempre secondo le Sezioni Unite della Suprema Corte, va tenuto in considerazione ai fini della quantificazione l’eventuale utilità conseguito dal danneggiato all’interno di un rapporto lecito tra costui e l’ente: chiaramente questo tipo di vantaggio economico non può essere oggetto di confisca (delineando così una distinzione tra profitto confiscabile e non).

Un problema ancora irrisolto riguarda l’incompatibilità che può sorgere tra responsabilità amministrativa dell’ente dipendente dal reato e responsabilità penale della persona fisica che ha commesso il reato.

La giurisprudenza ha avuto modo di dichiarare legittima l’ablazione contestuale dei beni degli interessati in solido, indipendentemente quindi dal fatto che questi appartenessero ad una persona fisica oppure giuridica.

 

responsabilità 231 e modello 231

COSA SI INTENDE PER RESPONSABILITA’ PENALE DELLE PERSONE GIURIDICHE?

Il Decreto Legislativo n. 231/2001, titolato “Disciplina della responsabilità giuridica delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica” ha introdotto nel nostro ordinamento il principio di responsabilità penale della persona giuridica, conseguente alla commissione di un reato.

Trattasi di responsabilità “di fatto penale ma mascherata da amministrativa”, in quanto la connessione diretta con la commissione di reati e l’autonomia della responsabilità della persona giuridica, sono elementi tipici della responsabilità penale.

La scaturigine di tale -relativamente- nuova forma di responsabilità giuridica, è ravvisabile nella commissione di illeciti da parte di soggetti che agiscono in nome e per conto dell’ente rappresentato.

Ovviamente tale forma di liability va ad integrare (non a sostituire) quella personalissima del soggetto che ha materialmente realizzato il fatto illecito.

L’istituto de quo è stato introdotto a causa del riscontro verificato in ottica di politica criminale, per il quale la maggior parte dei c.d. crimini economici, siano in realtà commessi nell’interesse o a vantaggio dell’impresa, ragione per cui debba essere correlata una misura punitiva.

Ai fini della normativa 231, cruciale è pertanto la verificazione di due condizioni:

1- il reato deve essere riconducibile ad un soggetto apicale o subordinato dell’ente;

2- il reato deve essere stato commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente.

IL RUOLO DEL “MODELLO 231″

Gli enti possono tutelarsi in via preventiva e strutturata rispetto al rischio di responsabilità da reato 231 ed alle connesse sanzioni.

La legge prevede infatti che, non sussista la responsabilità ex 231/2001, laddove preventivamente avesse adottato ed efficacemente attuato modelli di organizzazione e gestione idonei ad evitare reati della stessa specie di quello verificatosi.

Sarà necessario dunque soddisfare due requisiti sostanziali:

1- che l’impresa compia una serissima ed effettiva implementazione delle misure adottate nel proprio contesto organizzativo;

2- provare che il modello adottato sia astrattamente idoneo alla prevenzione concreta del reato contestato.

In un successivo articolo andremo ad analizzare l’apparato sanzionatorio del D.lgs. 231/2001 ed approfondiremo gli aspetti operativi.

sanzioni 231 e nuovi delitti ambientali

APPLICAZIONE DELLE SANZIONI “231″ AI NUOVI DELITTI AMBIENTALI

Le sanzioni ex D.lgs. 231/2001 si applicano anche ai cosiddetti “nuovi reati ambientali”, così come previsto dalla legge 68/2015.

A carico delle imprese o degli enti, resisi responsabili dei delitti ambientali indicati a seguire, la normativa sopra citata prevede specifiche sanzioni pecuniarie, correlate alla gravità del fatto, al grado di responsabilità dell’ente ed alle condizioni economico-patrimoniali della persona giuridica.

Per una corretta valutazione relativa alla reale portata delle sanzioni in oggetto, si tenga presente che, ai sensi dell’art. 10 Dlgs 231/2001 il valore della singola quota è compreso tra euro 258 ed euro 1549!!!

- Inquinamento ambientale: da 250 a 600 quote

- Disastro ambientale: da 400 a 800 quote

- Inquinamento ambientale colposo e disastro ambientale colposo: da 200 a 500 quote

- Associazione a delinquere con l’aggravante ambientale: da 300 a 1000 quote

- Traffico e abbandono di materiale radioattivo: da 250 a 600 quote

Altrettanto significativa, per gli operatori del settore, l’applicazione delle sanzioni interdittive che, ai sensi dell’art. 9 Dlgs. 213/2001 seguono alla condanna della persona giuridica per i delitti di inquinamento e disastro ambientale: interdizione dell’esercizio della attività, sospensione o revoca delle autorizzazioni, concessioni, licenze, etc.

Quanto sopra evidenziato speriamo possa indurre l’imprenditoria più attenta a valutare correttamente la realizzazione e l’implementazione di un “corretto modello 231″.

modello 231 e responsabilità penale

SENZA MODELLO ORGANIZZATIVO 231 LA RESPONSABILITA’

PENALE E’ INEVITABILE!

 

La mancata adozione di un modello aziendale 231 può facilmente portare l’amministratore di una società ad essere ritenuto penalmente responsabile.

Questo è quanto ribadito dalla Quarta Sezione della Cassazione Penale con la sentenza 2544 del 21 gennaio 2016.

Nel caso di specie, alla società veniva addebitato financo l’illecito amministrativo di cui all’art. 5 della lettera a) e b) del D.lgs. 231/2001 per il reato di cui agli artt. 113 e 589 comma II del c.p. (omicidio colposo), ciò in quanto commesso nel suo interesse ed a suo vantaggio, avendo omesso di adottare ed efficacemente attuare, prima della commissione del fatto, modelli di gestione idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi.

La Cassazione con la sentenza summenzionata ha confermato le condanne di primo e secondo grado all’amministratore della società ed al direttore tecnico.

Nella sentenza n. 2544 si stabilisce che i requisiti dell’interesse e vantaggio contemplati dall’art. 5 del D.Lgs. 231/01 non devono essere riferiti all’esito antigiuridico quanto alla condotta perpetrata dalla società, la quale trae un sicuro vantaggio derivante dal “risparmio di costi o di tempo che la stessa avrebbe dovuto sostentere per adeguarsi alla normativa sulla sicurezza e prevenzione, la violazione della quale ha determinato il verificarsi dell’infortunio sul lavoro”.

Nei reati colposi di evento l’interesse si prefigura ogniqualvolta “la persona fisica, pur non volendo il verificarsi dell’evento dannoso per il lavoratore ha scientemente agito allo scopo di conseguire un’utilità per la persona giuridica”.

Si realizza così una scelta realisticamente orientata a risparmiare sui costi d’impresa.

Il vantaggio invece è riconducibile allorquando la persona agisca per conto dell’ente realizzando una politica di impresa disattenta alla materia della sicurezza del lavoro “ consentendo una riduzione dei costi ed un contenimento della spese con susseguente massimizzazione del profitto”.

La società per evitare di incorrere nelle responsabilità previste per le fattiscpecie delittuose di omicidio colposo e lesioni colpose avrebbe dovuto dimostrare “l’adozione ed efficace attuazione di modelli organizzativi e l’attribuzione ad un organismo autonomo del potere di vigilanza sul funzionamento e l’osservanza dei modelli adottati così come statuito dall’art. 6 del D.Lgs. 231/01.