Sostanze pericolose estremamente preoccupanti

Sostanze pericolose estremamente preoccupanti: REACH

La recentissima sentenza della Corte di Giustizia che verrà analizzata riguarda l’utilizzo delle sostanze considerate estremamente pericolose e di conseguenza, le necessarie autorizzazioni.

L’anidride di acido ciclico in particolare, una sostanza destinata ad usi industriali, è classificata come “sensibilizzante respiratorio di categoria 1”: ciò significa che può provocare patologie a carico delle  vie respiratorie.

L’ordinamento dell’Unione permette la presentazione, da parte di uno Stato membro, di un fascicolo che  propone di includere una sostanza nell’allegato XIV del regolamento REACH (n. 1907/2006) concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche.

Su questa falsariga, i Paesi Bassi hanno presentato un fascicolo all’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA), chiedendo che l’anidride di acido ciclico (MHHPA) venisse incluso all’allegato XIV: l’agenzia ha adottato quindi la decisione ED/169/2012, con cui ha inserito tale gas nell’elenco, sulla base della lettera f) dell’art. 57.

L’impugnazione delle parti partiva dal presupposto che il Tribunale europeo avesse compiuto un errore d’interpretazione e di applicazione dell’art. 57.

Il Tribunale avrebbe respinto l’argomento delle parti relativo alla necessità di prendere in considerazione, tra l’altro, le misure di gestione dei rischi esistenti, motivando che le proprietà intrinseche della sostanza sono di per sè sufficienti a giustificare l’identificazione di una sostanza come estremamente preoccupante.

La Suprema Corte dell’Unione, con la sentenza della Prima Sezione del 15 marzo 2017, ha stabilito che l’art. 57 del regolamento REACH prevede un meccanismo autonomo che consente di identificare come estremamente preoccupanti, quelle sostanze che non siano già state identificate come tali ai sensi della medesima disposizione.

Allo stesso tempo il legislatore ha ritenuto che gli effetti di tali sostanze sulla salute umano suscitano preoccupazioni di un livello tale da giustificare la loro differenziazione rispetto a tutte le altre.

Secondo la lettera del regolamento in tale categoria vanno ricondotte “tutte le sostanze per le quali è scientificamente comprovata la probabilità di effetti gravi per la salute umana o per l’ambiente che danno adito ad un livello di preoccupazione equivalente a quella per le CMR”, ovvero le sostanze cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione.

cambiamenti climatici cop22

COP22: dopo le decisioni, ora la programmazione

La ventiduesima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici si è conclusa in quel di Marrakesh  il 20.11.2016.

I rappresentanti dei 200 stati presenti raggiunsero l’accordo sulla necessità di avanzare ulteriormente nell’implementazione dell’Accordo di Parigi, tuttavia raggiungere un vasto consenso è risultato difficile. Si è stabilito, in particolare, che tutti i lavori preparatori debbano essere completati entro il 2018.

La maggior parte delle negoziazioni però non hanno portato a decisioni concrete, ma piuttosto ad un accordo sul proseguire con i lavori.

Risulta tuttavia necessaria riconoscere il lavoro svolto: in particolare, alcuni Paesi industrializzati hanno rilasciato le prime strategie a lungo termine per ridurre l’emissione di gas serra, sulla base dell’Accordo di Parigi (per esempio Stati Uniti e Canada prevedono di ridurre le emissioni dell’8% entro il 2050).

Similmente si sono mosse anche importanti multinazionali.

Molti sono comunque i detrattori della Conferenza, che avrebbe dovuto essere una cosiddetta “COP of Action”, più focalizzata sugli aspetti pratici e concreti dell’implementazione.

Un’argomentazione comprensibile che però non tiene conto della serietà per la prima volta dimostrata dall’intera comunità internazionale.

L’appuntamento è quindi ora per la XXIII Conferenza delle Parti nel 2017 che si terrà a Bonn in Germania, la cui presidenza è stata assegnata alle Isole Fiji, tra le nazioni più colpite dagli ultimi cambiamenti climatici.

emissioni dei frantoi

FRANTOI ED EMISSIONI IN ATMOSFERA

La Legge n. 98 del 2013, anche detta del “Fare”,  ha introdotto importanti strumenti per la crescita economica e per l’efficienza giudiziaria, ma dispone anche e soprattutto nell’ambito delle semplificazioni, in particolar modo per ciò che riguarda il regime amministrativo autorizzatorio.

In questo senso va vista l’integrazione dei frantoi, degli impianti di essiccazione di materiali vegetali e delle cantine nell’elenco degli impianti e attività che non sono sottoposti a regime autorizzatorio ai fini delle emissioni in atmosfera, previsto dall’allegato IV della Parte V del D.Lgs n. 152 del 2006.

La Corte di Cassazione (Sentenza n. 2999 del 20.1.2017) ha prontamente recepito le nuove disposizioni, andando ad annullare senza rinvio una sentenza del Tribunale di Benevento, che aveva disposto la condanna di un responsabile di un frantoio per immissioni non autorizzate in atmosfera, in quanto “il fatto non è previsto dalla legge come reato”.

deposito incontrollato di rifiuti e maltempo

Deposito di rifiuti e maltempo: la esimente del “caso fortuito o forza maggiore”

(art. 45 c.p.)

Un violento temporale o una pioggia improvvisa ed abbondante non possono ritenersi eventi eccezionali e/o imprevedibili tali da dar luogo alla applicazione della esimente prevista dall’art. 45 del codice sostanziale che, per l’appunto, esclude la punibilità del soggetto che abbia “commesso il fatto per caso fortuito o forza maggiore”.

Un imprenditore, titolare di un impianto oleario, condannato per il reato di cui all’art. 256 comma 2 del D. Lgs. 152/2006 per non aver adottato ogni misura utile e necessaria ad evitare lo sversamento sul terreno dei liquami e dei residui della sansa derivante dalla molitura, così ritenendosi da parte del giudice del merito che si trattasse di un deposito incontrollato di rifiuti, invocava la esimente prevista dall’art. 45 c.p. in quanto la sansa era stata accumulata a causa del maltempo e quindi di forti temporali che non avevano consentito il trasporto in altro luogo per il successivo utilizzo.

Con sentenza n. 25028 del 16 giugno 2016, la Terza Sezione Penale della Suprema Corte non ha, come peraltro avevano giustamente fatto i giudici del merito, ravvisato in tali eventi atmosferici il carattere della eccezionalità e della imprevedibilità.

Un temporale o una pioggia, anche se particolarmente intensi, costituiscono fenomeni che possono verificarsi; ragion per cui, un attento imprenditore ha l’obbligo di adottare ogni precauzione ed ogni accorgimento idoneo a scongiurare il pericolo di creare un danno.

Probabilmente, ove si fosse trattato di un alluvione o di un terremoto, che sono da considerare  fenomeni obiettivamente eccezionali e non prevedibili, sarebbe stato possibile chiedere ed ottenere l’applicazione della esimente in parola ed una pronuncia assolutoria.

Sanzioni accessorie 231

Le sanzioni accessorie nell’apparato punitivo della “responsabilità 231″

La seconda parte di questo focus sulle misure sanzionatorie sulla responsabilità degli enti ex D.lgs. 231/2001 riguarda lo strumento della pubblicazione della sentenza di condanna e la confisca.

La sentenza di condanna può essere pubblicata come misura accessoria ad una sanzione interdittiva: la scelta di applicarla o meno è puramente a discrezione del giudice di riferimento.

La pubblicazione avviene sul sito internet del Ministero della Giustizia, per intero o anche solo un estratto significativo, sulla base di quanto viene disposto dall’art. 36 del codice penale, norma a cui sono state ricondotte le modalità di applicazione in seguito a diversi interventi normativi.

Nei casi più gravi questa misura può anche essere applicata a fini di pubblicità denigratoria nei confronti dell’ente sanzionato, mantenendosi comunque alla normativa generale prevista dall’art. 18 del D.Lgs 231/2001.

La confisca, a differenza delle altre, è una sanzione che viene sempre disposta nei confronti dell’ente e viene applicata sul prezzo o sul profitto del reato residuo in seguito alla restituzione al danneggiato, altrimenti anche denaro o beni di valore equivalente.

Considerata una misura sanzionatoria sui generis, la confisca infatti non ha limiti di valore e può applicarsi anche in un ventaglio di situazioni previste dal decreto legislativo.

Queste possono essere ad esempio, la prosecuzione dell’attività dell’ente gestita dal commissario giudiziale, irrogazione in seguito all’inosservanza delle sanzioni interdittive, oppure quando è stato introdotto un modello organizzativo che ha come fine precipuo la prevenzione della commissione di reati, da parte dei vertici dell’ente stesso.

Risulta opportuno delineare quelle che sono le differenze tra l’istituto della confisca in questione e quello previsto dall’art. 240 del codice penale.

Quest’ultimo ha come requisito fondamentale l’oggettiva pericolosità di ciò che viene confiscato, indipendentemente dalla presenza di una condanna.

Altro punto di notevole interesse è la nozione di prezzo e profitto, che risultano influenzate da recenti indirizzi di giurisprudenza della Corte di Cassazione.

Il prezzo viene definito da questa come il compenso dato o promesso ad un soggetto per l’esecuzione del fatto illecito, non focalizzandosi troppo sui dettagli.

Sulla nozione di profitto confiscabile, invece, ci sono state numerosi interventi giurisprudenziali.

In particolare, la sentenza 26654 del 27 marzo 2008 individua quelli che sono i principi per quantificare e determinare il profitto illecito da sottoporre ad ablazione:  deve avere natura patrimoniale, essere attuale e concreto ed infine avere un nesso causale con il reato commesso dall’ente.

Sempre secondo le Sezioni Unite della Suprema Corte, va tenuto in considerazione ai fini della quantificazione l’eventuale utilità conseguito dal danneggiato all’interno di un rapporto lecito tra costui e l’ente: chiaramente questo tipo di vantaggio economico non può essere oggetto di confisca (delineando così una distinzione tra profitto confiscabile e non).

Un problema ancora irrisolto riguarda l’incompatibilità che può sorgere tra responsabilità amministrativa dell’ente dipendente dal reato e responsabilità penale della persona fisica che ha commesso il reato.

La giurisprudenza ha avuto modo di dichiarare legittima l’ablazione contestuale dei beni degli interessati in solido, indipendentemente quindi dal fatto che questi appartenessero ad una persona fisica oppure giuridica.

 

gommisti e scarichi industriali

 ANCHE L’OFFICINA DI UN GOMMISTA NECESSITA DI AUTORIZZAZIONE AGLI SCARICHI

 

Confermando l’oramai consolidato orientamento giurisprudenziale circa la definizione di “acque reflue industriali”, la Suprema Corte, con la sentenza n. 48576 del 17 novembre 2016, sembra aver definitivamente ristretto il concetto di ciò che non va qualificato come “refluo industriale” e quindi non soggetto ad autorizzazione per il suo scarico.

Non va considerato “refluo industriale”, e quindi non abbisogna di alcuna autorizzazione, tutto ciò che è collegato al metabolismo umano o alle attività domestiche. PUNTO.

Di tal che, le acque reflue di un opificio, nel caso specifico di una officina-negozio di gommista, derivanti dal lavaggio del locale, non potrebbero essere scaricate, senza il previo rilascio della autorizzazione, perché i materiali sgrassanti, comunemente usati nelle operazioni di lavaggio, conterrebbero sostanze inquinanti.

Naturalmente, il principio vale anche per tutte quelle attività, industriali o artigianali che siano, che possano venire, in qualsiasi maniera, “contaminate” da un qualche prodotto inquinante.

Questa interpretazione sempre più restrittiva delle attività non soggette ad autorizzazione agli scarichi, sembra non lasciare alternativa ad una moltitudine estremamente importante di attività commerciali, i cui titolari dovranno necessariamente attivarsi per regolarizzare il regime autorizzatorio agli scarichi.

 

 

rumore e azione inibitoria

EMISSIONI SONORE ED AZIONE INIBITORIA

 

Una delle problematiche più diffuse sul territorio nazionale, in materia di rapporti di buon vicinato, è senz’ombra di dubbio quella delle emissioni/immissioni sonore moleste.

Nell’ordinamento italiano la definizione di rumore è rinvenibile nell’art. 844 c.c. secondo il quale i rumori del vicino sono da tollerarsi, laddove non superino la “normale tollerabilità”: la norma pertanto trova applicazione, ogni qualvolta l’immissione impedisca la piena godibilità del bene al suo legittimo proprietario.

Tuttavia, nel caso in cui si volesse procedere ad esercitare una azione di tutela inibitoria nei confronti delle immissioni sonore eccedenti la normale tollerabilità, risulta necessario in prima istanza conoscere gli elementi istituzionali di diritto positivo, unitamente agli orientamenti giurisprudenziali.

Difatti, prima di convocare i funzionari dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale, al fine di inviare successivamente un atto di citazione, occorre verificare la tollerabilità o meno della fonte rumorosa.

L’ articolo 844 del codice civile –precedentemente citato- deve essere tenuto in considerazione quando, ormai spesso, si devono andare a bilanciare le diverse esigenze dei proprietari, come –ad esempio- può essere il diritto alla salute, da una parte, rispetto agli interessi legati ad un’attività produttiva dall’altra.

L’argomento viene integrato in ambito giurisprudenziale, indicando la relazione tra il rumore e la situazione ambientale in cui si manifesta, nonché le consuetudini del luogo (cfr. Cass. Civ., sez. II, 12 febbraio 2010, n. 3438).

Ciò porta a considerare come il limite di tollerabilità delle immissioni rumorose non sia legato ad un valore assoluto.

In relazione al contemperamento dei diritti dei proprietari, la Sez. II della Suprema Corte ha avuto modo di individuare come prioritaria, l’esigenza di piena soddisfazione della qualità della vita, rispetto a quelle di un’attività produttiva (Sez. II, 8 marzo 2010, n. 5564).

Ciò implica che il giudice, ogni qual volta qualifichi le immissioni come illecite, egli possa addivenire ad un bilanciamento delle esigenze, solo al fine di adottare i rimedi necessari affinché l’attività produttiva possa proseguire, senza andare ad intaccare il diritto del vicino precedentemente leso.

Il compimento dei rimedi strutturali indispensabili per far cessare le immissioni deve essere il petitum dell’azione esperita dal proprietario del sito danneggiato.

Cumulativamente alla richiesta di cessazione -tecnicamente azione inibitoria- può essere introdotta l’azione di risarcimento, sulla base della responsabilità extracontrattuale o aquiliana ex art. 2043 c.c. Rispetto a tale profilo, il Giudice di Legittimità ha esteso la portata di tale istituto sino a coinvolgere persino la Pubblica Amministrazione!

Difatti, con riferimento ad un caso di immissioni intollerabili, causate dalle attività espletate all’interno di un istituto scolastico Statale nei confronti delle abitazioni contigue, la Corte di Cassazione ha avuto modo di indicare come l’inosservanza dei canoni di diligenza e prudenza nella gestione dei beni appartenenti alla Pubblica Amministrazione può essere denunciata anche a conseguire il risarcimento del danno patrimoniale (Sez. Unite, 6 settembre 2013, n. 20571).

 

 

 

 

 

responsabilità 231 e modello 231

COSA SI INTENDE PER RESPONSABILITA’ PENALE DELLE PERSONE GIURIDICHE?

Il Decreto Legislativo n. 231/2001, titolato “Disciplina della responsabilità giuridica delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica” ha introdotto nel nostro ordinamento il principio di responsabilità penale della persona giuridica, conseguente alla commissione di un reato.

Trattasi di responsabilità “di fatto penale ma mascherata da amministrativa”, in quanto la connessione diretta con la commissione di reati e l’autonomia della responsabilità della persona giuridica, sono elementi tipici della responsabilità penale.

La scaturigine di tale -relativamente- nuova forma di responsabilità giuridica, è ravvisabile nella commissione di illeciti da parte di soggetti che agiscono in nome e per conto dell’ente rappresentato.

Ovviamente tale forma di liability va ad integrare (non a sostituire) quella personalissima del soggetto che ha materialmente realizzato il fatto illecito.

L’istituto de quo è stato introdotto a causa del riscontro verificato in ottica di politica criminale, per il quale la maggior parte dei c.d. crimini economici, siano in realtà commessi nell’interesse o a vantaggio dell’impresa, ragione per cui debba essere correlata una misura punitiva.

Ai fini della normativa 231, cruciale è pertanto la verificazione di due condizioni:

1- il reato deve essere riconducibile ad un soggetto apicale o subordinato dell’ente;

2- il reato deve essere stato commesso nell’interesse o a vantaggio dell’ente.

IL RUOLO DEL “MODELLO 231″

Gli enti possono tutelarsi in via preventiva e strutturata rispetto al rischio di responsabilità da reato 231 ed alle connesse sanzioni.

La legge prevede infatti che, non sussista la responsabilità ex 231/2001, laddove preventivamente avesse adottato ed efficacemente attuato modelli di organizzazione e gestione idonei ad evitare reati della stessa specie di quello verificatosi.

Sarà necessario dunque soddisfare due requisiti sostanziali:

1- che l’impresa compia una serissima ed effettiva implementazione delle misure adottate nel proprio contesto organizzativo;

2- provare che il modello adottato sia astrattamente idoneo alla prevenzione concreta del reato contestato.

In un successivo articolo andremo ad analizzare l’apparato sanzionatorio del D.lgs. 231/2001 ed approfondiremo gli aspetti operativi.

demolizione opere abusive e sospensione della pena

DEMOLIZIONE DELLE OPERE ABUSIVE E

SOSPENSIONE CONDIZIONALE DELLA PENA.

 

 

Con riferimento ai reati edilizi previsti dal D.P.R. 380/2001 (T.U. Edilizia), sia la condanna che l’applicazione della pena su richiesta delle parti, devono necessariamente comportare la demolizione dell’intervento eseguito in assenza ovvero in difformità dei titoli concessori, anche quando il giudice concede- ai sensi e per gli effetti dell’art. 163 del codice penale- il beneficio della sospensione condizionale della pena, subordinandolo per l’appunto alla demolizione delle opere abusive (solitamente entro un termine dal passaggio in giudicato della sentenza).

A tal proposito l’art. 31 comma 9 del T.U. Edilizia stabilisce: “Per le opere abusive di cui alla citata norma, il giudice, con la sentenza di condanna, ordina la demolizione delle opere stesse, se ancora non sia stata altrimenti eseguita”.

Si noti -per contro- come la statuizione in commento differisca, sotto il profilo della funzione e del contenuto, da quella impartita dal giudice per consentire all’imputato di beneficiare della sospensione; quest’ultima è funzionale, nell’intenzione del legislatore, alla risocializzazione del condannato e risponde ad una funzione dimostrativa a contenuto compensativo, nel senso che la mancata esecuzione della pena non significa in modo alcuno disinteresse per i beni giuridici offesi dal reato.

In poche parole, la demolizione ex art. 31 costituisce atto dovuto, non suscettibile di valutazione discrezionale; sussume ad una sanzione di natura amministrativa che si inserisce, in ottica di “doppio binario”, in una dimensione accessoria ed ancillare rispetto al procedimento penale, nel senso che deve essere ordinata dal giudice anche qualora sia già stata adottata dalla P.A. procedente.

inquinamento acustico novità in arrivo

INQUINAMENTO ACUSTICO 2.0: IL GOVERNO PUNTA ALL’ UPGRADE NORMATIVA

In arrivo un duplice schema di Decreti legislativi volti ad armonizzare la normativa nazionale in tema di inquinamento acustico, nonchè a semplificare le procedure.

Emanati ai sensi della Legge delega 161 del 30.10.2014, il primo schema punta alla risoluzione delle numerose criticità applicative della disciplina in oggetto, in particolar modo con riferimento ai “valori limite”, nonchè a colmare i vuoti legislativi in materia di rumore in relazione agli impianti eolici, idrosuperfici, elisuperfici, aviosuperfici.

Il secondo schema è rivolto a far convergere maggiormente la disciplina nazionale a quella comunitaria, segnatamente alla Direttiva 2000/14/Ce e al Regolamento 756/2008/Ce.

Viene aumentato il potere di vigilanza dell’ Ispra e potenziato l’impianto sanzionatorio generale.

Particolare attenzione viene dedicata alle macchine rumorose che operano all’aria aperta di provenienza extra-Ue, prive di certificazione e marchiatura comunitaria.